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Dopo l’alluvione: il Magra, scavato e “ripulito” è ora più pericoloso. Lettera-esposto di Legambiente

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Al presidente della regione Toscana e Commissario delegato per l’alluvione in Lunigiana
Enrico Rossi
 
Al presidente della regione Liguria e commissario delegato per gli eventi alluvionali nel bacino del Magra
Claudio Burlando
 
p.c. agli Assessori Regionali all’Ambiente delle Regioni Liguria e Toscana
p.c. ai Presidenti delle Province della Spezia e Massa-Carrara
p.c. ai Prefetti di La Spezia e Massa-Carrara
p.c. ai Procuratori della Repubblica di La Spezia e Massa
p.c. ai Comandi Provinciali del Corpo Forestale dello Stato della Spezia e Massa-Carrara
p.c. Presidente Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre

 

Oggetto: interventi su vegetazione e sedimenti nell’alveo del Fiume Magra

 

In riferimento agli interventi in oggetto che ci risultano realizzati e in corso interessanti l’alveo del Fiume Magra nei tratti ligure e toscano, Legambiente inoltra il seguente documento-esposto:

 

Premessa

Il 28 novembre il Presidente nazionale di Legambiente aveva inviato una lettera ai Presidenti delle Giunte Regionali di Liguria e Toscana e per conoscenza al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, ai Presidenti delle Provincie della Spezia e di Massa-Carrara e ai sindaci dei comuni interessati con oggetto: “Legambiente respinge con forza la proposta dei 27 sindaci del bacino del fiume Magra e propone l’istituzione di un tavolo di lavoro per attuare politiche concrete di mitigazione del rischio idrogeologico.”, che alleghiamo.

La lettera esprimeva con forza: “…la preoccupazione per il futuro del territorio e chiedeva di respingere seccamente la richiesta contenuta nella lettera inviata dai 27 sindaci del bacino del Magra che dopo l’alluvione ancora una volta proponevano interventi che perseguivano logiche e interessi locali senza avere una visione ampia e completa di tutto il bacino idrografico. Proposte che devono lasciare il posto a una politica del territorio che metta al centro punti qualificanti come la conservazione della natura e il passaggio, anche culturale, dalla “messa in sicurezza” alla “riduzione del rischio” attraverso la restituzione di spazio ai fiumi, il divieto di edificazione in aree inondabili (anche se “protette” da argini), la delocalizzazione degli insediamenti in esse esistenti, una nuova cultura di convivenza con il rischio e il ritiro degli ambiziosi progetti di “sviluppo” urbanistico in aree inondabili ai quali, però, i sindaci in questione –proprio perché rappresentano la loro priorità assoluta– non hanno fatto il minimo cenno…”

 

Il Magra “ripulito” da vegetazione e sedimenti: il rischio idraulico è davvero diminuito?

 

Gli interventi post-alluvione: la “pulizia” degli alvei

Dopo l’alluvione del 25 ottobre gli alberi trascinati in alveo dalla piena sono stati rimossi: in questo modo, giustamente, si è evitato il rischio che essi, trascinati da una nuova piena, potessero occludere la luce dei ponti provocando una nuova alluvione.

A questo intervento di somma urgenza ne è seguito un altro, ben più esteso e discutibile, di taglio di vegetazione viva sul Magra toscano (da Pontremoli ad Aulla) e sui suoi affluenti. Analogo intervento di devegetazione spinta è stato attuato sul Magra ligure e lungo l’intero corso del Vara, suo principale affluente.

Sempre al fine dichiarato di ridurre il rischio alluvionale, sono state effettuate risagomature e rimozione di depositi di sedimenti sul Magra toscano, mentre su quello ligure e sul Vara è in progetto un analogo intervento in grande stile, ricorrendo al meccanismo di “compensazione”, cedendo cioè gli inerti alle ditte esecutrici (per risparmiare il costo dei lavori).

 

Interventi mono-obiettivo, in contrasto con il piano di bacino e in spregio alle Aree Naturali Protette ed ai Siti d’Interesse Comunitario per la biodiversità

La prima cosa che colpisce è che in entrambe le regioni si eseguano interventi in alveo su larga scala non solo senza richiedere il parere all’Autorità di bacino del Magra, ma secondo una logica contrastante con quella del piano di bacino. Le norme del PAI, infatti, promuovono le fasce di vegetazione riparia e vietano il taglio a raso della vegetazione in alveo consentendo –in determinate situazioni– solo tagli selettivi di ringiovanimento. Pongono inoltre forti limitazioni alla rimozione di sedimenti condizionandola –laddove indispensabile– alla movimentazione, cioè al loro trasferimento in tratti incisi o, in subordine, nel litorale al fine di attenuarne l’erosione. Lo studio per la gestione dei sedimenti, addirittura, al fine di raggiungere il riequilibrio morfologico, si pone l’obiettivo di recuperare il deficit solido dei numerosi tratti di alveo incisi, favorendone perciò il reinnalzamento.

Merita osservare che il piano di bacino integra in sé una visione organica, non solo a livello territoriale (di bacino), ma anche di sinergia tra obiettivi, quali la protezione dalle alluvioni e dalle frane, il miglioramento dello stato ecologico, il riequilibrio dei sedimenti (degli alvei e del litorale), la prevenzione delle crisi idriche, ecc. Non risulta, invece, che gli interventi effettuati abbiano affrontato l’insieme di queste problematiche.

Gli interventi inoltre sono stati eseguiti senza richiedere il parere dei Comitati di Gestione delle 2 ANPIL (Aree Naturali Protette d’Interesse Locale) ed in spregio ai regolamenti vigenti e adottati dai 7 Consigli Comunali interessati dalle ANPIL che, oltre a far proprie le norme dell’Autorità di Bacino, applicano divieti e prescrizioni più restrittive per la tutela della vegetazione e vietano l’alterazione dell’alveo.

Tutto questo dichiarando pretestuosamente la somma urgenza, ingiustificabile a 5 mesi dall’alluvione (come osservato anche dalla Corte dei Conti), con il tentativo di eludere le norme vigenti.

 

Quando, nell’intento di ridurre il rischio, lo si aumenta

Ma nel caso specifico si pone anche un interrogativo più inquietante: che, al di là delle buone intenzioni, gli interventi effettuati conducano in realtà all’aumento dello stesso rischio idraulico.

Indubbiamente, la vegetazione in alveo può aumentare il rischio idraulico in due modi: l’occlusione della luce dei ponti da parte di alberi trascinati dalle piene e l’aumento della scabrezza dell’alveo, che induce il rallentamento della velocità delle acque e, dunque, localmente, l’innalzamento del livello idrico.

Il primo fattore non ha svolto un ruolo di rilievo nell’alluvione di ottobre, visto che i ponti sul Magra e sul Vara hanno una luce adeguata. In ogni caso, la maggior parte degli alberi trascinati dalla piena proveniva non già dall’alveo, ma dai boschi e dalle frane dei versanti: perciò, quand’anche i ponti avessero avuto luce stretta, il taglio della vegetazione in alveo sarebbe stato inutile, se non addirittura controproducente (poiché gli alberi in alveo, agendo come un setaccio, possono intercettare e trattenere parte degli alberi provenienti dai versanti).

Quanto alla riduzione della scabrezza dell’alveo conseguita con la devegetazione, in effetti, essa riduce localmente il rischio ma, facendo transitare più velocemente una maggior portata, scarica a valle un rischio accresciuto. Si tratta dunque di un intervento che va valutato con la massima attenzione: se attuato in pochi punti ben mirati, infatti, può ridurre significativamente il rischio locale incrementandolo a valle solo leggermente.

Ma quando, come nel caso specifico, l’intervento è esteso all’intera lunghezza del Magra e del Vara e ad altri affluenti, l’effetto complessivo può essere catastrofico: se la piena di ottobre dovesse ripetersi oggi, essa, non più rallentata dalla scabrezza dell’alveo, scorrerebbe molto più velocemente (riducendo i tempi disponibili per gli interventi di protezione civile), con portate di picco più elevate e con maggior forza distruttiva. Dopo questi interventi, dunque, gli abitati alla foce (Fiumaretta e Bocca di Magra) si ritrovano con un rischio accresciuto.

Analogo ragionamento vale per la rimozione di sedimenti: la rimozione di accumuli locali presso centri abitati è doverosa (trasferendo gli inerti nei tratti incisi), ma interventi su larga scala, oltre ad accrescere il rischio alluvionale a valle, inducono instabilità di ponti, sponde, manufatti, franosità dei versanti, erosione del litorale, ecc.

 

In conclusione, Legambiente:

  • esprime fondate preoccupazioni che gli interventi sulla vegetazione e sui sedimenti abbiano prodotto effetti controproducenti.
  • chiede agli Enti in indirizzo se esistono ancora le condizioni di mantenere l’Autorità di bacino e le ANPIL del Fiume Magra, se tutte le attività di anni vengono poi vanificate con interventi che non rispettano pianificazione, norme e obiettivi vigenti di difesa del suolo e conservazione della Natura.
  • chiede di verificare se le procedure adottate sono corrette, in termini di dichiarazione di somma urgenza, rispetto delle norme dell’Autorità di Bacino, delle ANPIL del Fiume Magra, e delle Direttive Europee sulla tutela della biodiversità

Roma, 15 giugno 2012

Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Nazionale Legambiente
Santo Grammatico, Presidente Regionale Legambiente Liguria
Fausto Ferruzza, Presidente Regionale Legambiente Toscana

 



Per saperne di più:

Sulle alluvioni locali:

Esposto alla Procura: il Comune ha scelto di allagare Miseglia ad ogni pioggia (12/11/2012)

Interpellanza parlamentare: critiche ai lavori fluviali post alluvione sul Magra (3/7/2012)

Alluvione nel basso Magra: vere e false soluzioni (VIDEO 28/1/2012)

Alluvione Lunigiana: cause e soluzioni (conferenza Sansoni) (VIDEO 10/12/2011) durata: 38′

Alluvione Lunigiana. Legambiente alle Regioni: basta alibi, stop al cemento (28/11/2011)

Aulla, l’alluvione prevista da Legambiente (VIDEO 7/11/2011)

Terre nei ravaneti: rischio di frana e alluvione (VIDEO 22/11/2011)

Alluvione Carrara: analisi e proposte agli enti (11/10/2003)

 Carrione, sicurezza e riqualificazione: un binomio inscindibile (Conferenza su alluvione: Relazione di Giuseppe Sansoni, 17/3/2006: PDF, 3,2 MB)

 Fenomeni di instabilità sui ravaneti (Conferenza su alluvione: Relazione Giuseppe Bruschi, 11/10/2003: PDF, 1,1 MB)

 Cave, ravaneti, alluvione: che fare? (Conferenza su alluvione: Relazione Piero Sacchetti, 11/10/2003: PDF, 37 KB)

 


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