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Basta alluvioni: meno opere, miglior politica urbanistica

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Al Sindaco di Carrara
Angelo Zubbani
e alla giunta comunale
comune.carrara@postecert.it

p.c. Al Presidente della Giunta, Regione Toscana,
Enrico Rossi
regionetoscana@postacert.toscana.it

 

Oggetto: Alluvione di Carrara: chiediamo scelte coraggiose

 

Egr. Sig. Sindaco, egr. Assessori,

non è certo la prima volta che, inascoltati, vi scriviamo e diffondiamo alla stampa le nostre proposte per affrontare seriamente il rischio idraulico. Dopo l’alluvione (la terza in due anni) vi riproponiamo in maniera sintetica la nostra analisi delle cause del rischio alluvionale –partendo dai monti per arrivare al mare– e le relative proposte.

 

Ravaneti, detriti, terre

I vecchi ravaneti (tante scaglie, poche terre) si comportano da spugne che assorbono le piogge e le rilasciano lentamente, riducendo i picchi di piena (Fig. 1). I ravaneti recenti, invece, sono ricchi di terre che, occludendo gli interstizi, li rendono impermeabili (non funzionano più da spugne) e suscettibili a frane (le terre inzuppate, infatti, fluidificano e agiscono da lubrificante) che, colmando gli alvei sottostanti, provocano esondazioni fin dai tratti montani (Fig. 2). Il malgoverno delle cave, tollerando lo scarico abusivo di ingenti quantità di terre nei ravaneti, è perciò riuscito a trasformarli da fattore di sicurezza in fattore di pericolo.

Oltre a questa modalità improvvisa di colmamento degli alvei a seguito di frane (debris flow: colate detritiche), le terre e le scaglie riversate nei ravaneti e sulle scarpate delle vie d’arroccamento accrescono il rischio alluvionale in maniera subdola: ogni pioggia, infatti, esercita l’erosione superficiale dei ravaneti trascinando i detriti negli alvei. In questo modo, in maniera impercettibile ma progressiva, il letto dei torrenti si innalza dalle sorgenti alla foce producendo una riduzione generalizzata della capacità idraulica dell’alveo.

Misure: mantenere i vecchi ravaneti, ordinare alle cave la rimozione di quelli recenti e non consentirne di nuovi, nemmeno come deposito provvisorio: in caso di difficoltà d’accesso in cava dei camion per il prelievo degli scarti, adottare soluzioni diverse dallo scarico sul versante (scivoli, nastri trasportatori, teleferiche, ecc.). Revocare l’autorizzazione alle cave che scaricano terre o violano le prescrizioni, assegnandola ad imprenditori più responsabili. Trasferire al piano tutte le attività di vagliatura (producono cumuli di terre esposti all’erosione meteorica).


Fig. 1. Vecchio ravaneto, tecnica dei muretti a secco.

Fig. 2. Nuovo ravaneto: scarico abusivo di terre (impunito).

 

Restituire spazio ai corsi d’acqua: eliminare le strade costruite in alveo

Nell’alluvione del 2003, prima ancora che in città, in quasi tutti i versanti montani si sono verificati straripamenti poiché le strade sono state costruite direttamente nell’alveo dei corsi d’acqua, costringendoli in uno spazio ristretto (Fig. 3-5); alcune strade sterrate dei canaloni di cava hanno occupato interamente l’alveo (Fig. 6). Le strade si sono perciò trasformate in fiumi e le acque sono precipitate a Carrara con maggior irruenza.

Misure: restituire ai corsi d’acqua l’intero loro alveo eliminando le strade che lo occupano (es. Via Colonnata dal Ponte di Ferro a Mortarola e altri tratti, Via Piastra, Via Torano, ecc.) e ricostruendole in posizione di sicurezza (a mezza costa).


Fig. 3. Via Colonnata, Mortarola, dopo alluvione 2003.

Fig. 4. Via Piastra, dopo alluvione 2003.

Fig. 5. Via Battaglino, dopo alluvione 2003.

Fig. 6. Via Canaloni, dopo alluvione 2003.

 

Rivedere il piano strutturale: revocare l’edificazione nelle aree inondabili

Come ormai tutti sanno, la causa principale dei danni alluvionali è la cementificazione del territorio (il suolo impermeabilizzato non assorbe più l’acqua) e l’aggravante più rilevante è l’ur­ba­nizzazione delle aree inondabili. Ciononostante il comune di Carrara (in compagnia di molti altri comuni italiani), anche dopo l’alluvione del 2003, prosegue fermamente in questa politica dissennata.

Fig. 7. Carta della pericolosità idraulica (stralcio). La linea rossa indica l’area inondata a Marina a causa della rottura arginale del 5 nov. 2014: si noti che comprende anche aree a pericolosità media, ritenute “tranquille”.

Basta un’occhiata alla carta della pericolosità idraulica per rendersi conto di quanto siano vaste le aree inondabili, soprattutto a valle dell’Aurelia (Fig. 7). Eppure il piano strutturale prevede consistenti edificazioni anche nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata (dopo la loro “messa in sicurezza”), fingendo di ignorare che in questo modo si stanno pianificando non solo il territorio, ma anche le future alluvioni.

Nell’area di Villa Ceci, ad esempio, se dagli attuali 100 abitanti si passerà ai 1.471 previsti, in caso di alluvione i danni aumenteranno di 14 volte. Analoghe considerazioni valgono per le aree lungo il Carrione, Fossone, Battilana.

Né si può obiettare che tali scelte edificatorie sono giustificate poiché la “messa in sicurezza” (l’argi­na­tura del Carrione) garantirebbe la protezione dell’area. È sempre possibile, infatti, una piena superiore a quella di progetto; senza considerare che le rotture arginali non sono certo eventi rari (Carrara ne ha subite quattro in soli due anni!).

Giorni fa abbiamo chiesto al presidente della Toscana di eliminare dalla L.R. 66/11 il punto (art. 142, il comma 6 lett. d) che revoca il divieto di edificazione nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata dopo la loro “messa in sicurezza”.

Oggi, a prescindere dall’accoglimento o meno di tale istanza, chiediamo al sindaco e alla giunta una variante del piano strutturale che elimini le previsioni edilizie in tali aree (affidare tale scelta solo al futuro regolamento urbanistico non garantirebbe infatti alcuna certezza).

In mancanza di questa scelta il risultato sarebbe paradossale: la messa in sicurezza del Carrione e del Parmignola preluderebbe alla cementificazione della piana e all’incremento dei danni alluvionali (per maggiori dettagli si veda la Fig. 8).

Fig. 8. A causa delle spinte speculative, anche un intervento di messa in sicurezza (ad es. un argine) può condurre ad aggravare il rischio non solo a valle, ma anche nella stessa area da esso protetta (anche a prescindere dal rischio, spesso catastrofico, di rottura arginale). Il concetto è illustrato in modo semplice in questo esempio: se un’area inondabile con due case a rischio viene messa in sicurezza con un argine riducendo di 5 volte la pericolosità idraulica (probabilità di inondazione), ma poi l’area viene edificata, aumentando di 10 volte il valore dei beni esposti il risultato finale di tutti i nostri sforzi –pianificatori ed economici– sarebbe un raddoppio del rischio idraulico (in quanto inondati 5 volte di meno ma, quella volta, con danno 10 volte maggiore)! L’esempio è tutt’altro che ipotetico: è quanto da tempo sta succedendo ovunque in Italia.
P: probabilità degli eventi che superano la soglia di danno; D: danno corrispondente; R: rischio.
Figura di A. Nardini, in: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d’acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre.

 

Restituire spazio al Carrione: delocalizzare le segherie

Una vetusta concezione dello sviluppo identificata con l’edificazione ha soffocato il Carrione, il cui alveo è diventato insufficiente a veicolare le piene ed è disseminato di numerose strozzature (ponti, passerelle, ampliamenti di piazzali di segherie, ecc.).

Tale insufficienza è ancor più preoccupante se consideriamo che –a causa dei mutamenti climatici– la piena “duecentennale” si verifica oggi con una frequenza decisamente maggiore e che le opere idrauliche (argini, ponti, ecc.) sono dimensionate per il transito delle sole portate liquide, non tengono cioè conto di un fondamentale fattore di rischio per un fiume così stretto: gli alberi provenienti dalle frane dei versanti. Per inciso, va detto che le tanto invocate “pulizie degli alvei” per evitare l’ostru­zione dei ponti sono un falso obiettivo (salvo la rimozione di singoli alberi pericolanti) poiché impotenti di fronte agli alberi provenienti dalle frane (inevitabili con le precipitazioni eccezionali).

Misure: adottare un grandioso piano di restituzione di spazio al Carrione. Oggi i terreni spondali sono quasi interamente occupati da segherie; il piano strutturale prevede la delocalizzazione di quelle dismesse, mentre per quelle attive prevede la conferma dello stato di fatto o altre possibilità: ristrutturazione edilizia, sostituzione edilizia, cambio di destinazione d’uso (con laboratori artistici, esposizioni, studi, ecc.). In poche parole la delocalizzazione non è finalizzata a ridurre il rischio idraulico, ma alla sostituzione delle segherie con edifici di maggior valore: ci vuol poco a capire che, in caso di alluvione, i danni aumenterebbero.

Il piano strutturale considera espressamente «problematica e quindi sconsigliabile l’ipotesi di una generale delocalizzazione delle attività presenti e quindi di una sua completa trasformazione in parco fluviale».

Noi siamo di parere contrario: già dal 2003, dopo l’alluvione, abbiamo chiesto «una variante al piano strutturale che finalizzi la delocalizzazione degli insediamenti lungofiume ad un lungimirante allargamento dell’alveo». L’ampliamento del Carrione è infatti ancora possibile per gran parte della sua lunghezza: basti vedere l’esempio del tratto che va dalla rottura dell’argine (via Pucciarelli) al mare per cogliere immediatamente quanto spazio si renderebbe possibile per tale operazione (Fig. 9).

Per quanto possa sorprendere, anche in alcuni tratti più urbani è possibile intervenire ampliando l’alveo (Fig. 10).

Fig. 9. Carrione da via Pucciarelli alla foce. In verde chiaro le aree artigianali marmifere; anche le restanti aree adiacenti al Carrione sono in massima parte adibite ad attività artigianali.
Fig. 10. Un esempio della nostra proposta del 2000: ampliare il Carrione, anche in città, per migliorare la sicurezza e la fruizione pubblica. Schizzo ispirato al Carrione guardando dal ponte di San Martino verso valle.

 

Controllare tutte le criticità idrauliche

Il Carrione, avendo subito nel tempo centinaia di interventi, si presenta come un abito rattoppato in maniera estemporanea (ad es. tratti di argini adiacenti realizzati con tecniche e/o materiali eterogenei: Fig. 11). Percorrendolo a piedi saltano all’occhio punti di dubbia stabilità (Fig. 12), pericolose stravaganze (tratti d’argine mancanti: Fig. 13; bruschi restringimenti dell’alveo: Fig. 14), oltre a numerose strettoie idrauliche (ponti con luce insufficiente).

Va riconosciuto che dall’alluvione del 2003 sono stati effettuati diversi interventi migliorativi, quali la ricostruzione di diversi ponti (rialzandone la campata o, comunque, ampliandone la luce) nel tratto di valle e la realizzazione, nei tratti montani, di briglie selettive e reti per trattenere il trasporto solido (massi, tronchi). Sugli interventi di abbassamento dell’alveo nel tratto urbano (che hanno provocato il crollo della palazzina in via Carriona), invece, è meglio stendere un velo pietoso.

Misure: controllare da cima a fondo il reticolo idrografico, individuare tutte le criticità e intervenire tempestivamente, a partire da quelle più urgenti (per inciso, è quello che si sta facendo febbrilmente in questi giorni, ma dovrebbe essere una prassi abituale).

Nel centro storico la situazione, molto critica, può essere migliorata abbassando l’alveo e le briglie; ciò esige preliminarmente un robusto consolidamento delle fondamenta dei muri spondali.


Fig. 11. Argine destro realizzato con materiali eterogenei (a monte dell’autostrada).

Fig. 12. Una crepa nell’argine destro del Carrione (a valle del tratto crollato) si prolunga per un bel tratto.

Fig. 13. L’argine sinistro a monte dell’Aurelia presenta una inspiegabile apertura intenzionale.

Fig. 14. Il Carrione a Pontecimato presenta una strozzatura che sembra a protezione di un minuscolo manufatto.

NOTA: sulle criticità delle figure 12 e 13 sono oggi in corso specifici interventi.

 

Reticolo idraulico minore: eliminare tombature e abusi

Le alluvioni dell’11 e del 28 novembre 2012 hanno dimostrato la situazione disastrosa del reticolo minore, a partire dalle numerose tombature per arrivare alle sezioni d’alveo insufficienti, alle strozzature idrauliche, al riempimento o copertura di fossetti per transitarvi con l’auto, ecc., senza contare la diffusa franosità dei versanti, a piccola e grande scala.

In tali occasioni, in particolare, il sindaco criticò aspramente (e giustamente) i tecnici che nel passato avevano realizzato le tombature (Fig. 15 e 16) e si propose il loro censimento e la loro rimozione, operazioni tuttavia non effettuate. La manutenzione dei fossi, quando viene effettuata, è centrata sullo sfalcio della vegetazione acquatica, sul taglio di quella riparia e sulla ricalibratura degli alvei per riportarli alla sezione di progetto (solitamente trapezoidale): si tratta di interventi finalizzati a ridurre al minimo l’attrito della corrente onde massimizzare l’efficienza idraulica con la minima occupazione di terreno.

Misure: intraprendere un piano di radicale eliminazione di tutte le tombature, da quelle dei torrenti a quelle dei fossi più minuscoli, restituendo ai loro alvei tutto lo spazio necessario, anche a costo di scoperchiare strade, attraversare giardini, ecc.

Effettuare un lavoro minuzioso di rimozione delle migliaia di piccole opere (colmamenti, restringimenti, coperture, occupazioni abusive di sponde, ecc.) e di ogni altro ostacolo al deflusso.

Per la manutenzione dei fossi, ribaltare l’approccio attuale (sezione minima e “ben pulita”) puntando invece su generosi ampliamenti degli alvei e sulla loro rinaturalizzazione (Fig. 17).


Fig. 15. Alluvione Bonascola 2012: qui il fosso Botria scompare e scorre tombato lungo la strada e, poi, sotto un palazzo.

Fig. 16. Alluvione Bonascola, 2012. Strada inondata a seguito dell’ostruzione (e dell’esplosione) del fosso Botria.
Fig. 17. Esempio di manutenzione tradizionale di un fosso, con sezione trapezoidale e ben “pulita” (A) e di restituzione di spazio all’alveo (B) con rinaturalizzazione. Figura tratta dal “Progetto di risanamento igienico e di riqualificazione ambientale della Fossa Maestra e del territorio circostante” (ARPAT, AMIA, Comune di Carrara), mai realizzato.

 

Non introdurre nuove criticità: eliminare la previsione del porto turistico

Sebbene il Carrione presenti numerose criticità, l’amministrazione comunale si sta adoperando per introdurne un’altra. Il Master Plan “La rete dei porti toscani”, sostenuto con fermezza granitica dal comune, prevede infatti l’ampliamento del porto commerciale di Marina di Carrara a destra della foce del Carrione e un porto turistico alla sua sinistra. Il Carrione, stretto tra i due nuovi moli portuali, sarebbe così costretto a prolungare il suo percorso di circa600 m prima di sfociare a mare. In questo tratto (porto canale), incontrando acque marine ferme, si depositerebbero i sedimenti apportati dal Carrione, ingigantendo la barra di foce che già oggi, rappresenta un serio problema allo sfocio a mare del Carrione (Fig. 18).

Come se ciò non bastasse, si prevede anche la deviazione della foce (verso levante) e un piazzale di raccordo tra i due porti che coprirebbe il Carrione per circa150 ma mare, proprio nel tratto più soggetto al deposito dei sedimenti (rendendone ancor più problematica la rimozione periodica). La realizzazione delle previsioni del Master Plan, ostacolando il deflusso a mare delle piene, provocherebbe il loro rigurgito idraulico accrescendo ulteriormente il rischio alluvionale per Marina e Avenza.

Va poi considerato che il porto turistico indurrebbe una massiccia urbanizzazione della costa (servizi alla nautica, ricettività turistica, ecc., in parte già previsti dall’attuale piano strutturale); perciò in caso d’inondazione i beni colpiti aumenteranno e, con essi, l’entità dei danni.

Misure: annullare le previsioni del nuovo porto turistico e dell’ampliamento di quello commerciale.

Fig. 18. Previsioni del Master Plan dei porti toscani per Marina di Carrara. In rosa il porto commerciale, in giallo il molo previsto per il suo ampliamento, in azzurro il previsto porto turistico.

 

Promuovere la partecipazione

Tra le cause della rottura dell’argine c’è anche la sottovalutazione delle segnalazioni dei cittadini, considerate forse poco attendibili o seccature, alle quali si è dato seguito limitandosi ad un approccio burocratico (trasmissione della segnalazione alla provincia).

Lo stesso fastidio verso la partecipazione dei cittadini crediamo di poter leggere in diversi episodi in cui l’amministrazione comunale ha bocciato o lasciato cadere proposte degne di interesse quali, ad esempio, la trasmissione in streaming delle sedute del consiglio, la nostra proposta di nuovo regolamento degli agri marmiferi, le risultanze del processo partecipativo sul porto promosso da AmareMarina, la proposta di mettere a disposizione dei cittadini un sito per segnalare situazioni di degrado urbano, ecc.

Quest’ultima, in particolare, essendo gratuita e permettendo la georeferenziazione e l’invio di allegati (foto, documenti), si presterebbe anche alla segnalazione di situazioni di rischio idraulico o di altra natura.

Misure: promuovere tutte le forme di trasparenza e di partecipazione, mobilitando l’intelligenza e il coinvolgimento dei cittadini e dando risposta ad ogni loro istanza.

 

Dimissioni? Chiediamo un esame di coscienza

Da questa sintetica disamina è evidente che i danni alluvionali, ancor prima che della negligenza nel realizzare opere idrauliche protettive, sono il frutto diretto della politica urbanistica del comune di Carrara, ancora legato alla vetusta concezione che identifica il progresso con l’edificazione di tutto il territorio, fino al punto di promuovere l’urbanizzazione delle aree a pericolosità idraulica molto elevata, sfidando le più elementari norme di prudenza.

Questa politica, peraltro, oltre ad essere la principale responsabile del continuo incremento dei danni alluvionale, è in aperto contrasto anche con la recentissima legge regionale n. 65 del 10/11/14 Norme di governo del territorio che si prefigge la salvaguardia del territorio rurale e il contrasto al consumo di suolo, puntando sul riuso e sulla riqualificazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.

Nel post-alluvione non ci siamo uniti al coro di chi ha chiesto le dimissioni del sindaco e della giunta in quanto responsabili per la rottura di un argine di recente costruzione, nonostante le segnalazioni sulla sua inadeguatezza. La ragione della nostra scelta sta nella convinzione che le eventuali responsabilità sull’argine sarebbero solo un episodio minuscolo rispetto alle ben più gravi responsabilità per i danni alluvionali già subiti e per quelli futuri, strutturalmente insiti nella politica urbanistica perseguita con tanta determinazione (danni forse considerati accettabili in quanto prezzo da pagare al “progresso” rappresentato dalle nuove infrastrutture e dalla nuova edificazione).

Ciò che chiediamo oggi a lei e alla giunta è innanzitutto un sincero esame di coscienza: chiedetevi se riconoscete che le alluvioni subite sono il frutto della politica urbanistica finora seguita e se vi sentite pronti a cambiarla radicalmente, ad interrompere il consumo di suolo e ad intraprendere un grandioso piano che restituisca spazio agli alvei e sicurezza ai cittadini. Se non vi sentite pronti a questa sfida, vi chiediamo, per il bene della città, di ritirarvi con dignità e consentire per essa un futuro migliore.

Carrara, 15 novembre 2014
Legambiente Carrara
 



Per saperne di più:

Sulle alluvioni locali:

Carrara: le alluvioni procurate. Come difenderci  (VIDEO, 15/12/2014)

Alluvione di Carrara: chiediamo scelte coraggiose (lettera a Rossi)  (12/11/2014)

 Scandalo Carrione: “Legambiente, inascoltata Cassandra” (Articolo di M. Imarisio sul Corriere della Sera, 6/11/2014)

Dopo l’alluvione: cambiare prospettiva  (6/11/2014)

Carrara: dopo l’alluvione serve un’idea sana di sviluppo (20/11/2012)

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Alluvione Carrara: analisi e proposte agli enti (11/10/2003)

 Carrione, sicurezza e riqualificazione: un binomio inscindibile (Conferenza su alluvione: Relazione di Giuseppe Sansoni, 17/3/2006: PDF, 3,2 MB)

 Fenomeni di instabilità sui ravaneti (Conferenza su alluvione: Relazione Giuseppe Bruschi, 11/10/2003: PDF, 1,1 MB)

 Cave, ravaneti, alluvione: che fare? (Conferenza su alluvione: Relazione Piero Sacchetti, 11/10/2003: PDF, 37 KB)

 

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