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Cave: l’Ordine richiami i geologi all’etica professionale

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Aggiornamento (25/7/18):

Riportiamo qui la risposta dell’Ordine dei Geologi della Toscana (prot. 1442/V/rm).
 
Facendo seguito alla Vostra del 28/04/2016, si comunica che il nostro Consiglio di Disciplina ha terminato l’esame della Vostra segnalazione, deliberando che la segnalazione riveste aspetti culturali che non sono di pertinenza di questo Consiglio.
Distinti saluti
 
Il Presidente
Dott. Geol. Riccardo Martelli


Nota: considerato che i problemi segnalati non riguardano singoli geologi ma più in generale numerosi professionisti (in particolare i consulenti delle cave per la redazione dei piani d’escavazione), in questa versione online sono stati omessi gli studi professionali e i nomi dei professionisti geologi coinvolti.


 
Carrara, 28 aprile 2016
 

All’Ordine dei Geologi della Toscana (PEC)

 
Oggetto:     Cave di marmo: segnalazione di comportamenti di dubbia etica professionale da parte di alcuni geologi

 

Nel corso dell’attenta lettura della documentazione progettuale del piano di coltivazione di diverse cave di marmo, finalizzata a presentare osservazioni formali, abbiamo più volte riscontrato valutazioni tecniche e artifici linguistici palesemente mirati a minimizzare il rischio di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee da materiali particolati fini (marmettola e terre di cava).

Va inoltre considerato che, a giudicare dalle autorizzazioni rilasciate alle cave e, ancor più, dall’evi­dente trascuratezza delle cave verso la protezione degli acquiferi (piazzali invasi da spessi strati di marmettola, cumuli di terre esposti agli agenti meteorici, ecc.), si deduce che anche il Parco Regionale delle Alpi Apuane e i Comuni (preposti rispettivamente al rilascio delle pronunce di compatibilità ambientale e delle autorizzazioni), pur disponendo di professionalità geologiche, approvano piani di escavazione che prevedono misure di protezione degli acquiferi inadeguate.

Ritenendo questi comportamenti non conformi all’etica professionale dei singoli e, potenzialmente, lesivi della reputazione dell’in­tera categoria, vi segnaliamo in maniera molto sintetica alcuni esempi affinché l’Ordine possa verificarli e, se del caso, richiamare i singoli.

Considerata l’importanza strategica regionale degli acquiferi apuani e l’evidente responsabilità delle cave nel loro inquinamento da marmettola, così come nell’intorbidamento delle acque superficiali dopo ogni pioggia, suggeriamo all’Ordine l’opportunità di iniziative volte a sensibilizzare i geologi (siano essi consulenti privati o dipendenti pubblici) a queste problematiche e al rigoroso rispetto dell’etica professionale, privilegiando la tutela dei beni comuni agli interessi privati delle aziende d’escavazione.

Si riporta di seguito, a titolo di esempio, un piccolo campionario di casi concreti, nella quasi totalità oggetto della presentazione di nostre osservazioni formali.

 

1.       Cava Romana (Massa): studio della connessione con la sorgente Frigido

Lo studio è stato effettuato immettendo spore di licopodio colorate (rosse) in una frattura carsica della cava in galleria e monitorando la loro comparsa nella sorgente Frigido (distante 1,85 km). I risultati, riportati nella seguente tabella, mostrano che in assenza di pioggia (o con pioggia molto modesta) le spore non compaiono nella sorgente, mentre vi compaiono 3 spore rosse dopo 3 giorni piovosi (42,8 mm).

Anziché prendere atto della connessione idrogeologica accertata, la relazione conclude con un florilegio di argomentazioni volte a minimizzare il rischio d’inquinamento della sorgente [in corsivo i nostri commenti]:

  • dei 5 campioni analizzati solo uno è risultato positivo [ovvio: dopo la pioggia], comunque con un contenuto limitato di tracciante [3 spore sono un riscontro più che positivo, considerata anche la portata della sorgente del Frigido e le ridotte dimensioni della trappola; comunque basta una sola spora a dimostrare la connessione];
  • il monitoraggio fa pensare all’esistenza di una potenziale connessione tra cava e sorgente [anziché la prova ha accertato la connessione cava-sorgente; segnaliamo anche l’abuso del termine monitoraggio, usato per verifiche occasionali, senza che siano individuati gli indicatori, i valori di riferimento (almeno attenzione e intervento), la periodicità di verifica e le azioni conseguenti il raggiungimento di una delle soglie prefissate];
  • va sottolineato che le condizioni operative di immissione delle spore non rispecchiano la reale situazione del cantiere, in quanto si è proceduto ad ampliare localmente la discontinuità e ad immettere 5.000 litri di acqua continua [tale immissione è parte integrante della normale procedura di monitoraggio che, altrimenti, dovrebbe essere protratto per tempi ben più lunghi];
  • le spore sono state rinvenute nel periodo più piovoso [più che ovvio: per trascinare le spore nell’acquifero che alimenta la sorgente del Frigido (mediamente 600 l/s) per 1,8 km in tempi brevi non bastano 5 m3 d’acqua], in condizioni ambientali che di norma escludono l’operatività di cava [a parte il fatto che in galleria si lavora anche con la pioggia, l’argomentazione è del tutto inconsistente: per il trascinamento della marmettola penetrata nelle cavità carsiche, infatti, è del tutto indifferente se in quel momento in cava si lavora o no];

 

La relazione, in considerazione dei risultati «che potrebbero evidenziare una potenziale connessione idraulica in particolari condizioni di pioggia intensa e conseguenti forti flussi idrici» [la connessione non dipende dai forti flussi idrici: questi accelerano semplicemente il transito], prosegue indicando le azioni mitigatrici «volte ad evitare il potenziale coinvolgimento tra acque di lavorazione, acque di filtrazione e sorgenti»:

  • come desunto dalle informazioni del direttore responsabile e del titolare, la cava opera con un ciclo chiuso delle acque di lavorazione, volto al loro recupero e riutilizzo. I fanghi presenti sui piani di lavoro vengono regolarmente raccolti e smaltiti; le vasche di decantazione sono sufficienti anche per il trattamento della scarsa percolazione delle acque meteoriche che potrebbero scorrere sui piazzali di lavoro;
  • nell’area attiva della cava non sono presenti fratture beanti, come dimostrato dalla presenza locale di limitati accumuli di acqua di filtrazione. Qualora le lavorazioni dovessero intercettare fratture beanti, queste saranno impermeabilizzate con bentonite;
  • i tagli al monte sono eseguiti a secco, con tagliatrice a catena e contestuale raccolta e insaccamento del residuo di taglio. La riquadratura è effettuata in area priva di fratture, confinata con barriere in terra costipata. I piazzali per la riquadratura sono regolarmente puliti.

 

La relazione conclude rilevando che i potenziali collegamenti tra sorgenti e sistema carsico sono una realtà comune a tutto il panorama apuano e non particolarità specifica della cava Romana e riportando che l’intorbidamento delle sorgenti è correlabile non solo alle condizioni attuali, ma soprattutto a vecchi depositi concentrati nelle cavità carsiche, rimessi in moto da intense piogge [ma le spore rosse non sono state rimobilizzate da vecchi depositi!]. Perciò, applicando le giuste misure di mitigazione degli impatti, «l’attività di cava potrà essere condotta sull’intera unità estrattiva senza alcuna limitazione o interdizione delle aree in coltivazione».

A commento di questa relazione esprimiamo piena disapprovazione per uno studio che definisce l’accertata connessione idrogeologica cava-sorgente come «risultati che potrebbero evidenziare una potenziale connessione idraulica in particolari condizioni di pioggia intensa e conseguenti forti flussi idrici». Ci chiediamo inoltre quale possa essere l’utilità di uno studio che –a prescindere dai risultati sperimentali– indica le stesse identiche “misure di mitigazione” già formalmente adottate da tutte le altre cave (sebbene ovunque disattese: le stesse foto allegate alla relazione mostrano fanghi sul pavimento della galleria, smentendo la sua dichiarata regolare pulizia).

In questo modo, a nostro parere, la professionalità del geologo rischia di essere mortificata e mercificata a puro servizio del committente.

 

2.       Cava Calacata n. 10, bacino Pescina-Boccanaglia, Carrara

Si uniscono alla presente le nostre osservazioni (Allegato 2) di cui si riportano qui, in estrema sintesi, le principali considerazioni.

La documentazione progettuale riporta correttamente l’alta vulnerabilità dell’acquifero all’inqui­namento e la direttrice di flusso sotterraneo certa verso le sorgenti Carbonera e Pizzutello, confermata da prove con traccianti eseguite in cave limitrofe e nella stessa cava Calacata.

Tuttavia, contraddicendo queste premesse, lo studio si prodiga poi a minimizzare il rischio. Lo studio d’impatto ambientale, infatti, afferma che «per quanto riguarda gli impatti sull’idro­geologia» … «si prevedono, generalmente, impatti nulli o di lieve entità». Tale valutazione si basa sulle misure di prevenzione previste e sulle considerazioni del geol. R. Andrei, secondo il quale la connessione idraulica tra la cava Calacata e la sorgente Carbonera non sarebbe diretta, ma indiretta: le acque penetrate nel sistema carsico attraverso un’importante discontinuità scorrerebbero cioè verso il Can. Boccanaglia e raggiungerebbero la sorgente solo tramite il suo subalveo.

A nostro parere una tale sottovalutazione dell’impatto idrogeologico è inammissibile, visto che:

  • la connessione idraulica tra la cava Calacata e la sorgente Carbonera è dimostrata; anche qualora essa fosse indiretta il risultato pratico (inquinamento) non cambierebbe;
  • nello stesso sottobacino (Pescina-Boccanaglia) sono state effettuate prove immettendo traccianti in cinque cave e tutte sono risultate connesse a sorgenti: le cave Calacata e Pratazzuolo B alla sorgente Carbonera; la cava Piastriccioni C alle sorgenti Carbonera e Pizzutello; le cave Ruggetta B e Crestola C alla sorgente Pizzutello;
  • prove con traccianti nello stesso sottobacino hanno dimostrato non solo la connessione idraulica tra l’alveo del canale Boccanaglia e le sorgenti Carbonera e Pizzutello, ma anche con le sorgenti Pero superiore e Ospedale 1 (appartenenti al gruppo delle Canalie e situate nel bacino di Miseglia);
  • anche il vicino Can. di Sponda è risultato connesso alle sorgenti Pizzutello, Pero sup. e Ospedale 1.

 

Questi dati, lungi dal tranquillizzare al punto da prevedere impatti idrogeologici “nulli o di lieve entità”, concorrono concordemente a confermare l’alta vulnerabilità all’inquinamento dell’inte­ro complesso carbonatico appartenente al fianco rovescio della sinclinale di Carrara. Gli inquinanti di cava (marmettola, terre, idrocarburi), infatti, possono compromettere l’acqui­fero:

  • per penetrazione diretta in cava, in fratture connesse al sistema carsico;
  • per dilavamento meteorico delle superfici di cava e delle loro pertinenze (piazzali, cumuli di detrito, rampe, ravaneti, ecc.) e successiva penetrazione nelle fratture del substrato durante il loro percorso verso valle, siano esse presenti sui versanti, nell’alveo o nel subalveo dei corsi d’acqua o nel substrato dei ravaneti.

 

In altre parole, dato l’alto grado di fratturazione e carsismo del complesso carbonatico, TUTTE le sue superfici sono vie di penetrazione degli inquinanti nell’acquifero; pertanto marmettola o terre, OVUNQUE siano esposte al dilavamento (in cava, nei ravaneti, cumuli, rampe, piazzali), durante il successivo scorrimento orizzontale e verticale inquineranno sia le acque superficiali che quelle sotterranee.

La documentazione progettuale, inoltre, trascura completamente i rischi d’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee derivanti dall’esposizione al dilavamento meteorico dei detriti (stoccati all’aperto), nonché dei piazzali di servizio, delle rampe e del ravaneto sul quale è impostata la via d’arroccamento (tutti costituiti da scaglie, terre e marmettola).

In conclusione, considerato che il bacino in esame è uno di quelli a più alta vulnerabilità all’inquinamento dell’acquifero delle intere Apuane, ci chiediamo come si possa giungere ad affermare che si prevedono impatti idrogeologici nulli o di lieve entità. Immaginiamo che, se il committente fosse stato il Comune o l’ente acquedottistico, lo studio sarebbe giunto a valutazioni opposte. Chiediamo all’Ordine dei geologi se è coerente con l’etica professionale permettere che le valutazioni siano condizionate in maniera determinante dal committente.

 

3.       Cava Piastriccioni n. 5, bacino Pescina-Boccanaglia, Carrara

Si riporta qui una breve sintesi delle nostre osservazioni a suo tempo presentate formalmente (Allegato 3).

Le relazioni tecniche sviluppano in maniera approfondita gli aspetti funzionali alla razionalità, redditività e sicurezza dell’escavazione (quali le famiglie di fratture del marmo e le caratteristiche geomeccaniche dell’ammasso roccioso), ma trascurano in maniera inaccettabile la valutazione degli impatti ambientali, in particolar modo quelli relativi all’inquinamento delle acque sotterranee.

La descrizione della gestione dei detriti è molto generica: non sono indicate le eventuali lavorazioni (es. vagliatura), i siti di stoccaggio, i tempi e le quantità, le ditte di trasporto, ecc. Le terre non sono nemmeno citate; si afferma solo che non si prevede la produzione di altri rifiuti.

Anche per quanto riguarda la gestione delle acque (contenimento delle acque di taglio, filtrazione e recupero) il progetto focalizza l’attenzione alle sole esigenze produttive (rifornimento idrico, riciclo), trascurando la valutazione dell’impatto della cava sulle risorse idriche.

Perfino la relazione geologica si limita a richiamare l’alta capacità d’infiltrazione delle acque nel marmo e la circolazione carsica, senza alcun approfondimento sulla situazione locale. Ciò è particolarmente grave, considerati i numerosi studi esistenti sull’idrogeologia dell’area (schema idrogeologico, Carte della vulnerabilità degli acquiferi, linee accertate di deflusso sotterraneo) e, in particolare, le prove con traccianti (spore di licopodio colorate) che hanno dimostrato connessioni certe tra varie cave dell’area (Pratazzolo, Calacata, Ruggetta, Crestola, Piastriccioni C) e le sottostanti sorgenti del gruppo di Torano.

Sebbene l’area sia notoriamente ad elevato rischio di inquinamento delle sorgenti (alcuni episodi hanno avuto risalto sulla stampa) e nonostante le misure restrittive imposte dal Comune ad una cava vicina per inquinamento di una sorgente e il fatto che prove eseguite nella cava “sorella” Piastriccioni C abbiano dimostrato la connessione con le sorgenti, la documentazione di progetto ha trascurato completamente il problema. In tutta la documentazione, infatti, non è citato, nemmeno marginalmente, il rischio di inquinamento dell’acquifero e delle sorgenti. Lo stesso studio d’impatto ambientale elude il problema affermando che «gli impatti negativi più significativi individuabili sono: emissioni acustiche, polveri diffuse, impatto paesaggistico».

In conclusione, lo studio ha risolto brillantemente la problematica dell’inquinamento dell’acquifero (sebbene ben nota e particolarmente acuta nell’area): ignorandola semplicemente.

 

4.       Cava Castelbaito-Fratteta, Fivizzano

Si rimanda all’allegato 4 per le nostre osservazioni formali, qui sintetizzate.

Dalla documentazione di progetto emerge che la raccolta e il trattamento delle acque inquinate sono effettuati al solo scopo di rispettare gli obblighi di legge (o di recuperare le acque necessarie ai tagli), senza curarsi di quello che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale: la protezione delle acque superficiali e sotterranee.

Sconcerta che i progettisti, nell’illustrare le misure di gestione delle acque, sembrino inconsapevoli della loro finalità. A che servono infatti la raccolta e il trattamento delle acque di lavorazione se poi la gestione complessiva della cava è tale che tutte le superfici sono costantemente invase da fanghi di marmettola?

Addirittura sembrano quasi felicitarsi che –grazie allo scorrimento sulle ampie superfici orizzontali di cava– il carico solido (marmettola e terre) trasportato dalle acque dilavanti si depositi su di esse. Così, lungi dal porsi il problema di ripulire scrupolosamente ripiani e piazzali, ci si compiace di tale deposito, visto che «la marmettola, compattata dal continuo passaggio dei mezzi meccanici, riempie e cementa le fratture presenti rendendo impermeabile l’ammasso roccioso».

In altre parole, anziché evitare l’infiltrazione della marmettola nelle fratture carsiche che alimentano l’acquifero, le si riempie fino all’inverosimile confidando che ad un certo punto il compattamento operato dal passaggio delle ruspe sigilli le fessure. Tali modalità operative, lungi dal tranquillizzare, testimoniano un deliberato e continuato inquinamento dell’acquifero.

Solo quando sono costretti ad indicare le misure di tutela adottate i progettisti sembrano rammentarsi che occorre mostrarsi molto scrupolosi e attenti a prevenire ogni inquinamento. Così, si dichiara che la prevenzione dall’inquinamento è realizzata tramite un’accurata pulizia delle superfici dalla marmettola. L’ipocrisia di tale affermazione è tuttavia lampante: le foto riportate nelle relazioni tecniche che mostrano i piazzali completamente coperti da fanghi rappresentano infatti la più severa (seppur inconsapevole) autodenuncia.

Nella relazione integrativa relativa al ciclo delle acque si dice che l’argomento è ampiamente trattato nella Relazione geologica, dalla quale si evince che la permeabilità dell’ammasso roccioso, essendo tipica delle zone calcaree, risulta di basso-medio grado. Si tratta di un’affermazione incredibile visto che per le rocce permeabili per fratturazione e carsismo la bibliografia idrogeologica prevede solo tre classi di permeabilità (media, medio-alta, alta): per tali rocce la permeabilità bassa-media non è nemmeno contemplata.

Infine, se i rischi dell’infiltrazione della marmettola nelle fratture presenti nei gradoni e nei piazzali di cava hanno ricevuto ben scarsa considerazione, quelli di infiltrazione di marmettola e terre dall’intero complesso dell’area estrattiva (ravaneti, rampe, cumuli di detrito) non sono stati considerati per nulla.

 

5.       Cave Crespina, Fivizzano

Va premesso che nella documentazione (scaricata dal sito del Parco delle Apuane) manca la relazione idrogeologica; si utilizzano pertanto le considerazioni sul tema richiamate in varie parti della documentazione stessa, limitandoci agli aspetti attinenti alla tutela delle acque sotterranee e rinviando all’Allegato 5 per maggiori dettagli. Non è inoltre possibile attribuire affermazioni a singoli professionisti, visto che le relazioni non sono firmate.

La documentazione di progetto documenta la permeabilità molto elevata dei marmi per fessurazione e carsismo, sia pure con una certa reticenza (si evita di dichiarare espressamente che ciò comporta un elevato rischio d’inquinamento delle acque sotterranee). In ogni caso, in coerenza a tale rischio, si indicano le misure di prevenzione che saranno adottate: raccolta e trattamento delle AMD e AMPP; raccolta delle acque residue di lavorazione al piede del taglio e loro invio al trattamento; accurata pulizia, al termine del taglio, della riesta di contenimento in marmettola; continua pulizia delle superfici di cava (con piccoli mezzi d’opera) per ridurre al minimo la marmettola che può essere dilavata.

L’inefficacia di tali misure può tuttavia desumersi dalla ammissione che piazzali e bancate, lungi dall’essere mantenuti realmente puliti, saranno coperti in permanenza da marmettola, considerata addirittura benefica in quanto sigillerebbe le fratture del marmo. La documentazione tecnica, infatti afferma che: 1) in corrispondenza dei piazzali le acque meteoriche tendono a ristagnare perché i piani sono pressoché impermeabilizzati dalle particelle fini, compattate dai continui passaggi delle ruspe; 2) la maggior parte delle lavorazioni avviene sul piano di cava, dove non sono presenti fratture connesse con acque sotterranee; 3) nei piazzali e sui gradoni l’attività estrattiva produce la marmettola che, compattata dal continuo passaggio dei mezzi meccanici, riempie e cementa le fratture presenti rendendo impermeabile l’ammasso roccioso.

In altre parole, anziché evitare l’infiltrazione della marmettola nelle fratture carsiche che alimentano l’acquifero, le si riempie fino all’inverosimile confidando che ad un certo punto il compattamento operato dal passaggio delle ruspe sigilli le fessure.

Alla luce di tale scelta, peraltro, viene da chiedersi perché mai si dovrebbe raccogliere la marmettola al piede dei tagli, privando così i piazzali di un elemento protettivo tanto benefico. In ogni caso tale scelta rende beffarde le dichiarazioni sulle precauzioni antinquinamento previste (ad es. la “continua pulizia” dei piazzali dalla marmettola, “l’accurata rimozione” della riesta in marmettola a fine taglio, ecc.), così come rivela che la reale finalità della raccolta e del trattamento delle acque (AMD, AMPP, ARL) è solo il recupero dell’acqua, indispensabile alle lavorazioni. Questo approccio culturale spiega anche il fatto che non vengano considerati, nemmeno minimamente, come fonte di inquinanti dilavabili i cumuli di terre sulle bancate prodotti dalla vagliatura dei detriti.

Le misure previste, inoltre, non tengono conto degli inquinanti che, dilavati dai ravaneti, dalle rampe e dalle vie d’arroccamento si infiltreranno nel sistema carsico sotterraneo. In conclusione, anche se piazzali e gradoni fossero davvero impermeabilizzati, l’inquinamento dell’acqui­fero e delle sorgenti sarebbe inevitabile.

Nella migliore delle ipotesi, dunque, la documentazione progettuale dichiara le migliori intenzioni lasciandosi però sfuggire che non le rispetterà, non rientrando tra le sue finalità la tutela delle acque.

 

6.       Cava Vestito, Seravezza

La documentazione progettuale merita particolari apprezzamenti: con poche eccezioni, infatti, ogni argomento è trattato in maniera chiara, accurata, esauriente, obiettiva ed è corredato da tavole, foto, tabelle altrettanto chiare. Non si critica pertanto la relazione geologica (che, anzi, merita un encomio), ma il piano d’escavazione, visto che l’elevatissima vulnerabilità dell’acquifero conseguente alla faglia che attraversa la cava dovrebbe condurre all’abbandono della coltivazione. Di seguito si espone la sintesi delle nostre osservazioni (riportate nell’Allegato 6).

Data l’elevata permeabilità per fratturazione e carsismo, gran parte delle acque si infiltra nelle fratture e nel sistema carsico. Ad accentuare lo sviluppo del carsismo nell’area contribuiscono i corridoi di frattura che separano la cresta dell’Altissimo da quella del M. Pelato e dal M. delle Tavole, sui quali si sono impostati importanti sistemi carsici con la formazione di abissi di notevoli dimensioni e profondità (come gli abissi Monte Pelato, Zuffa, Ribaldone). La cava è attraversata da un sistema di fratture principali (ben visibile anche da foto aeree) che dà luogo a corridoi molto fratturati e in parte carsificati. Le acque che si infiltrano in profondità alimentano la sorgente di Renara, nel versante massese e, in occasione di piogge intense e/o persistenti, le sorgenti del Canale delle Gobbie.

L’elevata vulnerabilità dell’acquifero è localmente accentuata in modo parossistico, visto che il principale sistema di fratture (la faglia trascorrente “Giglia”) attraversa proprio la cava del Vestito dando luogo a fratture molto pervasive e ravvicinate, accompagnata da cortei di fratture meno estese. Come evidenzia la documentazione, questo sistema di fratture (che nella cava forma la parete verticale principale) è così importante e pervasivo che in passato è stato utilizzato per l’apertura di canali, essendo la roccia al contorno più fratturata.

Tenuto conto che il piano di coltivazione prevede di ampliare l’area di cava proprio oltre la faglia Giglia (esponendone in tal modo le fratture) è facile comprendere che verrebbe a verificarsi una sommatoria di condizioni tale da rendere il rischio di inquinamento dell’acquifero talmente elevato da imporre l’esclusione dell’area da ogni attività estrattiva.

Di fronte ad un rischio di tale entità, le misure previste dal piano di coltivazione, pur apprezzabili e scrupolose, sono del tutto inadeguate. La sigillatura delle fratture non è espressamente prevista come misura di protezione dell’acquifero; se ne parla solo nella relazione sulla gestione delle acque meteoriche dilavanti, come accorgimento per ridurre le perdite idriche. Considerata la pervasività del sistema di fratture, la loro sigillatura sarebbe comunque non solo molto problematica, ma potrebbe rappresentare essa stessa un’operazione che comporta l’inquina­mento dell’acquifero da parte del materiale sigillante impiegato.

Dal cumulo stoccato nel piazzale, inoltre, si verificherebbe un imponente dilavamento di terre che penetrerebbero nel reticolo di fratture della faglia che attraversa il piazzale (non essendo certo sufficiente ad impedirlo la barriera di contenimento con blocchi di marmo). Nelle condizioni di particolare vulnerabilità della cava è dunque imperativo che lo stoccaggio temporaneo delle terre sia effettuato in cassoni a tenuta stagna; nel caso specifico, ogni stoccaggio all’aperto (peraltro da evitare in tutte le cave), è assolutamente improponibile.

La necessità di evitare l’infiltrazione lungo il versante di terre dilavate dalla cava, dalla strada di arroccamento e dal vecchio ravaneto antistante la cava (costituito da detriti medio-fini) imporrebbe inoltre la rimozione integrale del ravaneto come fase preliminare all’escavazione (non certo l’eventuale rimozione a fine lavori o la messa in opera di barriere di contenimento in blocchi), l’asfaltatura della via d’arroccamento e la protezione delle sue scarpate mediante rivestimento con geostuoie di adeguata tessitura.

Per le stesse ragioni è controproducente il piano di sistemazione finale della cava mediante riempimento del piazzale con terre appositamente accumulate negli ultimi due anni di coltivazione. Ciò infatti, dopo i 13 anni di dilavamento di terre dal cumulo di stoccaggio temporaneo (e presumibilmente molti altri, vista l’intenzione di chiedere poi la prosecuzione dell’attività), ne prolungherebbe ulteriormente l’impatto di molti anni, anche a escavazione terminata. Sarebbe pertanto infinitamente preferibile non effettuare alcun riempimento finale.

 

7.       Cava Fossa Combratta, Bergiola, Carrara

Si riporta la sintesi delle nostre osservazioni formali (Allegato 7).

Sebbene la documentazione progettuale riconosca la permeabilità «di grado molto elevato» dell’ammasso roccioso, e rilevi che nella “Carta delle aree di alimentazione dei Sistemi Idrogeologici” il complesso estrattivo è inserito nell’area di alimentazione del sistema “Pero Superiore” (in particolare della sorgente “Vecchia”), la relazione geologica giunge ad escludere che le acque infiltratesi nella cava possano alimentare tale sorgente in quanto: 1) i massimi valori di permeabilità sono legati al sistema di fratturazione K3, perciò la linea preferenziale di deflusso sotterraneo è orientata SSW-NNE; 2) le acque di infiltrazione sono intercettate dalla grande discontinuità che marca il contatto tra il Verdello e le filladi triassiche impermeabili, defluendo verso SSW.

Non si intende qui mettere in discussione tali considerazioni idrogeologiche, ma solo far presente che, ammesso che le acque infiltratesi nella cava Fossa Combratta non alimentino la sorgente Pero Vecchia, se ne dovrebbe semplicemente concludere che inquinino comunque l’acquifero, alimentando presumibilmente un’altra sorgente. In mancanza di questa esplicita conclusione, le considerazioni addotte dalla relazione geologica appaiono viziate dall’intento di minimizzare il rischio di inquinamento dell’acquifero.

Lo stesso intento può leggersi nella check list utilizzata per la valutazione degli impatti, nella quale la permeabilità della cava, in precedenza definita di «grado molto elevato», diventa «di medio grado».

Analogamente, le fratture del marmo sono considerate un problema solo perché –data la limitatezza dell’approvvigionamento idrico (basato sulla raccolta delle acque meteoriche)– l’infil­trazione delle acque comporta una perdita idrica. Il problema è infatti affrontato con una «procedura di lavoro» in cava che «prevede di individuare le litoclasi maggiori sul piazzale di cava e tamponarle con materiale fino, per migliorare la capacità di tenuta dei depositi ed arrivare a valori molto alti di riciclo e ridurre notevolmente l’acqua perduta».

Quando invece si tratta di valutare il rischio d’inquinamento dell’acquifero, le fratture del marmo non sono considerate un problema, visto che «nei piazzali e sui gradoni l’attività estrattiva produce la marmettola la quale, compattata dal continuo passaggio dei mezzi meccanici, riempie e cementa le fratture presenti rendendo impermeabile l’ammasso roccioso dei piazzali e dei gradoni». In poche parole, anziché adottare ogni precauzione per evitare l’ingresso di marmettola nelle fratture, si confida nel loro intasamento da parte della marmettola stessa.

Queste premesse culturali, di minimizzazione del rischio d’inquinamento delle acque sotterranee e di fare affidamento sull’intasamento delle fratture con marmettola, tolgono ogni credibilità alle misure di gestione delle acque presentate nel piano: più esattamente, risulta chiaro che il loro scopo non è volto a proteggere l’acquifero, ma unicamente a recuperare acqua per le esigenze lavorative.

D’altronde basta osservare le foto allegate alla documentazione per comprendere quanto siano trascurate le più elementari norme di protezione dell’acquifero: il piazzale è completamente invaso da fanghi di marmettola e terre e sulle bancate vi sono addirittura fusti aperti (d’olio o grassi lubrificanti).

In ogni caso, anche volendo prescindere dall’effettiva efficacia delle misure previste, va evidenziato come in esse sia implicita l’erronea convinzione che per garantire la tutela dell’acquifero sia sufficiente evitare l’infiltrazione in cava delle acque inquinate. Non si tiene infatti conto che le fratture sono presenti non solo in cava, ma anche lungo i versanti e sotto ai ravaneti; perciò, anche impermeabilizzando i piazzali e le bancate di cava, si eliminerebbe solo una frazione delle acque inquinate che minacciano l’acquifero. Le acque meteoriche di dilavamento di gradoni, piazzali, cumuli, rampe, ravaneto, infatti, nel loro scorrimento sui versanti, incontrano ugualmente in essi fratture in cui si infiltrano, inquinando l’acquifero. A questi fenomeni il piano di coltivazione non dedica alcuna attenzione; le terre, addirittura, pur essendo un inquinante del tutto analogo alla marmettola per granulometria e comportamento idrodinamico, non sono nemmeno citate.

 

8.       Cava Pratazzuolo B, Carrara

Sintetizziamo qui le principali osservazioni avanzate ufficialmente (Allegato 8). La documentazione di progetto pone una particolare attenzione a minimizzare il rischio di inquinamento delle sorgenti del gruppo di Torano. Da una parte, infatti, riporta caratteristiche idrogeologiche (elevata permeabilità, collocazione nell’area di alimentazione del sistema idrogeologico “Carbonera-Tana dei Tufi”) che indicano la vulnerabilità all’inquinamento dell’acqui­fero, pur con la reticente accortezza d’evitare di affermarlo espressamente.

Dall’altra parte si prodiga diffusamente in un complesso di argomentazioni volto a minimizzare il rischio d’inquinamento dell’acquifero e delle sorgenti che alimentano l’acquedotto di Carrara. Di seguito se ne sintetizzano le principali.

Va premesso che è ben noto come le prove con traccianti eseguite nelle cave vicine abbiano riscontrato connessioni idrogeologiche certe con le sorgenti Carbonera e Tana dei Tufi e, per la cava Pratazzuolo B, una connessione presunta (il che è ovvio, non disponendo per essa di prove con traccianti). Considerato inoltre che la dozzina di prove eseguite nel bacino Pescina-Boccanaglia hanno rilevato altre connessioni col gruppo di sorgenti di Torano, se ne sarebbe dovuto trarre la conclusione che tutte le cave situate nel fianco rovescio della sinclinale di Carrara (compresa dunque la Pratazzuolo B) comportano un alto rischio di inquinamento delle sorgenti.

La documentazione di progetto, invece, omette queste considerazioni e afferma che, poiché le principali fratture del marmo hanno immersione a SW (mentre la sorgente Carbonera è situata a SSE della cava), «si esclude» una connessione diretta tra la cava e la sorgente. A parere del professionista, infatti, il deflusso sotterraneo proveniente dalla cava raggiunge il subalveo del canale di Boccanaglia e solo successivamente, a causa dei detriti che ingombrano l’alveo, si può creare una connessione con la sorgente. A maggiore garanzia circa questa possibile connessione, si ricorda che il Comune ha richiesto la sigillatura di fratture di cava molto persistenti e che, dopo tale sigillatura, non è pervenuta alla cava alcuna segnalazione sulla possibile connessione idraulica tra cava e sorgenti. Il canale di Boccanaglia, inoltre, drenando le acque circolanti nell’ammasso roccioso, costituirebbe un’impor­tan­te barriera tra le acque provenienti dall’attività estrattiva e le sorgenti situate a valle.

Al proposito facciamo osservare che: 1) anche se la connessione cava-sorgente fosse solo indiretta, il suo inquinamento si verificherebbe ugualmente; 2) la richiesta del Comune di sigillare fratture molto persistenti è utilizzata non per evidenziare il rischio di inquinamento delle sorgenti, ma per affermare che, eseguito l’intervento, non sono pervenute altre segnalazioni (lasciando sottintendere che il problema era insussistente o è stato superato); 3) quanto all’efficacia della “barriera” rappresentata dal canale di Boccanaglia, basti osservare che prove con traccianti eseguite dal Consorzio Pisa Ricerche tra il 2000 e il 2002 hanno dimostrato l’esatto contrario, cioè connessioni dirette tra l’alveo del canale e ben 4 sorgenti: due (Carbonera e Pizzutello) del gruppo Torano e due (Pero superiore e Ospedale) del gruppo Canalie.

Analogamente, il progetto esecutivo di bonifica del ravaneto, affidato dal Comune e finalizzato «al ripristino ambientale di aree impattate, alla protezione delle sorgenti dall’in­fil­trazione rapida di acque superficiali inquinate, alla diminuzione di marmettola trascinata nei corsi d’acqua superficiali che determina un deterioramento dei popolamenti acquatici» è citato per evidenziare non il rischio per le sorgenti, ma il fatto che consentirà di mitigare l’impatto delle pregresse attività di cava della zona.

In sintesi, si tratta di argomentazioni reticenti e tendenziose. Analogamente, la documentazione precisa che le fratture sono state rilevate sui fronti di cava mentre «sui gradoni l’attività estrattiva produce la marmettola, la quale, compattata dal continuo passaggio dei mezzi meccanici, riempie e cementa le fratture presenti rendendo impermeabile l’ammasso roccioso». Confidando proprio su questa impermeabilità, le acque meteoriche dilavanti sono lasciate scorrere liberamente sui piazzali fino a raccogliersi nell’apposita vasca.

Al solito, dalle misure di tutela previste, si evince l’erronea convinzione che per garantire la tutela dell’acquifero sia sufficiente evitare l’infiltrazione in cava delle acque inquinate. Non si tiene cioè conto della contaminazione dell’acquifero attraverso la penetrazione delle acque meteoriche (con i relativi inquinanti dilavati) nel ravaneto, nelle rampe e piazzali di cava realizzati in detrito.

 

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Conclusioni

Nel sottolineare che la presente segnalazione non è in alcun modo motivata da rimostranze personali verso i singoli professionisti, ma dall’intento costruttivo e collaborativo di far maturare nell’intera categoria professionale un comportamento più attento a tutelare le acque superficiali e sotterranee (oggi compromesse da modalità d’escavazione inidonee), siamo certi che l’Ordine saprà adottare le iniziative culturali più appropriate al raggiungimento di tale obiettivo.

Con i più cordiali saluti

Legambiente Carrara

 



Per saperne di più:

Sulle problematiche tra cave e inquinamento delle sorgenti e dei corsi d’acqua:

La Regione alla prova dei fatti: osservazioni alla cava in galleria Calacata  (29/12/2015)

Camion delle cave del Sagro? Mai da Carrara!  (16/12/2015)

Le trovate del Parco Apuane: la beffa del frantoio Arnetola-Acquabianca  (14/8/2015)

Presupposti infondati: il Parco ritiri la delibera che introduce i frantoi nelle cave  (11/8/2015)

Come tutelare le Apuane? La ricetta del Parco: non bastano le cave, aggiungiamo i frantoi  (14/7/2015)

Come si progetta l’inquinamento delle sorgenti? Osservazioni alle cave Tagliata e Strinato  (14/6/2015)

Esplosivo dossier sulle cave apuane: le osservazioni di Legambiente  (18/11/2014)

La Regione protegga le sorgenti dalle cave di marmo  (27/3/2014)

Cosa (non) si fa per la protezione delle sorgenti? (16/1/2010)

Nubifragio: sorgenti torbide per lo smaltimento abusivo delle terre (11/7/2009)

Gestire le cave rispettando l’ambiente e i cittadini: le proposte di Legambiente (11/1/2007)

A difesa delle sorgenti: occorre trasparenza e porre ordine alle cave (21/3/2006)

Come le cave inquinano le sorgenti (conferenza, illustrata) (17/3/2006)

Inquinamento delle sorgenti. Mancano i filtri? No, manca la prevenzione! (4/12/2005)

Frigido: vent’anni di indagini chimiche, biologiche ed ecologiche  (Arpat, 2003)

Impatto ambientale dell’industria lapidea apuana (1991)

Impatto della marmettola sui corsi d’acqua apuani  (volume 1983)

 

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