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Paesaggio apuano: dall’identità allo spaesamento alla conservazione dinamica (R. Lepore)

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Incontro nazionale:
  Pietrasanta, 14 maggio 2016

Paesaggio apuano: dall’identità allo spaesamento alla conservazione dinamica

“Saper cogliere le trame dell’avvenire”

Rosalba Lepore

 

Il paesaggio apuano

Il paesaggio apuano è fortemente determinato dalla maestosa e ridente catena che dal mare si presenta come le quinte perimetrali di un gigantesco anfiteatro, costituendo la parte centrale del gruppo di montagne conosciute come Alpi Apuane. Distaccate dall’Appennino settentrionale si innalzano improvvise sulla costa tirrenica tra il golfo della Spezia e i Monti Pisani, estendendosi tra il fiume Magra e il fiume Serchio per una lunghezza di circa 60 km da Nord-Ovest e Sud-Est, con una superficie di circa 200 km quadrati. Dalle vette brulle e scoscese, che per poco non raggiungono i 2.000 metri, alle verdeggianti propaggini dei versanti, degradanti fino a pochi chilometri dal mare, ovunque è una ricchezza morfologica e di risorse del suolo, tra cui quella del marmo e dell’acqua. I numerosi  torrenti scaturiscono tra la formazione scistosa e quella calcarea; spesso, per la permeabilità del suolo, repentinamente scompaiono per risorgere più avanti dove la formazione scistosa li riporta in superficie, permettendo la vita fino a quote elevate.

Le più antiche testimonianze della comparsa dell’uomo sulle Apuane risalgono a ben cinquantamila anni fa, una presenza che ha significativamente storicizzato il territorio coagulandosi, soprattutto, negli ultimi due secoli attorno all’attività di estrazione del marmo. Le cave hanno modificato fortemente il paesaggio apuano, sovente lasciando squarci e discontinuità molto evidenti, vuoti, deformazioni, alterazioni, destrutturazioni visibili fin dalla marina e a notevoli chilometri di distanza. Una incessante opera di trasformazione che incrina l’idea stessa di paesaggio e porta a parlare di “assenza di paesaggio”.
 

L’identità culturale

Per molto tempo l’attività estrattiva ha connotato in modo dominante l’identità culturale e sociale della popolazione identificandosi nelle figure dei cavatori “dalle braccia forti, il volto arso, le mani pesanti come il marmo stesso”. Il paesaggio mutava aspetto sotto la costante e lenta azione di questi “pionieri” a cui l’accelerazione del tempo e la distanza con il presente tecnologizzato ha conferito un’aurea mitologica – “in cima ai picchi, nel fragore delle varate, intenti a scalpellare i marmi, gli uni accanto agli altri, lungo le antiche vie di lizza, nel difficile e pericoloso trasporto dei blocchi dal monte a valle”. Il cavatore ha rivestito un ruolo centrale all’interno della comunità apuana, per tanti anni indiscusso, mai incrinato, in virtù del notevole livello occupazionale. Alcuni dati aiutano nella comprensione del fenomeno.

Nel 1970 a Carrara erano impiegati nelle cave 1.581 addetti, la produzione totale era di 465.915 tonnellate e quella pro capite era di 244,89 tonnellate. A Massa, nello stesso anno, nelle cave erano impiegati 354 addetti, la produzione era di 53.369 tonnellate. Nel 1982 a Carrara erano impiegati nelle cave 1.027 addetti, la produzione era di 736.848 tonnellate, quella pro capite era di 584,16. Nello stesso anno a Massa si avevano 201 addetti di cava e la produzione era di 112.447 tonnellate.

Nel 2014, anno dell’adozione del Piano di indirizzo territoriale (PIT) con valenza di Piano Paesaggistico, gli occupati nella provincia di Massa Carrara (su una popolazione di poco superiore ai 200.000 abitanti), comprensivi di addetti di cava e indotto, erano poco più di 2.000 (dato ufficiale fornito dalla Camera del Lavoro di Massa Carrara al Presidente della Commissione consiliare Ambiente del Comune di Massa).

Per avere un’idea del calo irreversibile dell’occupazione causata dalla incontenibile avanzata tecnologica basta confrontare i dati sopra riportati con quelli del 1926, anno del picco occupazionale nei bacini marmiferi apuani. A Carrara gli addetti di cava erano 9.060, la produzione era di 337.083 tonnellate, quella pro capite di 35,95. A Massa gli addetti di cava erano 1.581, la produzione era di 53.041 tonnellate.

Quello degli antichi cavatori era il tempo del vivere e del lavorare all’interno di una comunità “artefice“ del proprio territorio, immerso in una scansione temporale lenta, sedimentato, strutturalmente incompatibile con il mutamento veloce perché la montagna è conservatrice (dal latino conservare, formato di con e servare  “serbare, custodire, mantenere“).

Gli abitanti erano i costruttori dello spazio circostante, una azione interattiva di duplice valenza: di caratterizzazione territoriale, e di formazione di un’identità collettiva, nella quale si elabora una intrinseca cultura tradizionale con al centro il senso comunitario, la pietas, l’accettazione dei limiti, il genius loci.
 

Il marmo: la perdita della memoria e dell’identità collettiva

Per noi moderni che viviamo nei grossi agglomerati urbani è faticoso comprendere quanto era intrinseco e inscindibile il legame costitutivo tra lavoro, senso comunitario e modellamento territoriale (Homo faber ipsius fortunae): ogni attività individuale, lavorativa, ludica o religiosa non era concepibile se privata del suo senso collettivo, unica sua ragione d’essere. Lo stesso sapere antico dei cavatori e, in genere, di tutti gli abitanti era collegato alla comunità (a differenza di ciò che avviene oggi), perché la competenza, “il saper fare” e l’insieme delle conoscenze e delle capacità personali che rendevano autonomi e consapevoli non erano svincolate dalla responsabilità nei confronti degli altri, per cui l’adesione alle norme e consuetudini (interiorizzazioni) non era per costrizione, ma per convinzione e tutela di se stessi e della grande famiglia comunitaria.

È evidente lo iato esistente con la modernità dove il lavoro e in genere l’attività economica si pongono, spesso, come corpo separato dalla collettività, molte volte in forma dannosa e nociva per gli esseri viventi e l’ambiente. Non solo il lavoro moderno si pone in forme antagoniste nei confronti dell’ambiente, ma addirittura, nel territorio apuano, nell’ambito delle relazioni sociali diventa “merce di scambio”, collante  di una rete vischiosa di potere che limita la libertà di movimento e di espressione dei singoli cittadini.

“La cultura del lavoro”, così sentita in queste zone, invece di rendere liberi, paradossalmente diventa l’accettazione di un modello comportamentale acritico e riconoscente, che favorisce dominanze dal sapore quasi tribale. I territori apuani, rispetto ad altre realtà urbane di analoghe dimensioni, sono caratterizzati, infatti, da una certa chiusura mentale che li rende poco attraenti verso l’esterno, perpetuando il ristagno sociale, l’immobilismo culturale e il mancato ricambio economico e generazionale.

Elemento rilevante dell’identità di gruppo, che come abbiamo analizzato è senso collettivo dispiegato in uno spazio, è la memoria interna che riguarda i ricordi presenti nel corpo comunitario. La memoria collettiva è dinamica, al mutare delle cornici sociali di riferimento, mutano anche i contenuti e le memorie che del passato si hanno. Passo dopo passo i gruppi sociali ricostruiscono il proprio passato, la propria tradizione, adattandolo ai quadri sociali del presente che avanza, così come esso progetta anche il proprio futuro. Se ne deduce che l’identità culturale di un territorio non è qualcosa di immobile, non è qualcosa che si eredita per via genetica –o che la memoria trasmette meccanicamente da una generazione all’altra– ma è un processo dinamico che si costruisce giorno dopo giorno, sempre in relazione con lo spazio.

Nel nostro caso specifico, la presunta vocazione apuana all’attività estrattiva del marmo, è piuttosto un’immagine del presente nata dall’esigenza di colmare un vuoto, l’assenza della “radicalità” del lavoro di cava tecnologizzato ed espulso dalla comunità. L’esigenza moderna di rintracciare radici e identità collettive si fa sempre più ardua perché la veloce attività estrattiva sottrae la materia alla memoria collettiva. Infatti come scrive Maurice Hallbwachs (in “La memoria collettiva” 1949): «Non c’è memoria collettiva che non si dispieghi in un quadro spaziale (…) non si capirebbe come possiamo ritrovare il passato se esso non si conservasse in effetti nel mondo materiale che ci circonda. È sullo spazio (..) che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione: è su di lui che il nostro pensiero deve fissarsi perché questa o quella categoria di ricordi possa riapparire».
 

Preservare i segni della memoria

Nelle Alpi Apuane, come ebbe a proferire Elia Pegollo, storico ambientalista, “scompaiono prima i luoghi dei ricordi”, e questo determina un’incolmabile vuoto storico, sociale e la perdita della “sacralità” del territorio o. se preferite, la “spiritualità collettiva”, narrazione di antichi saperi e forti legami che si tramanda di generazione in generazione. La Storia insegna che se la presenza della spiritualità nel territorio, intesa anche come sacralità e ritualità (animismo, naturalismo) è forte, maggiori sono le possibilità di una civiltà di durare a lungo nel tempo (la civiltà nuragica in Sardegna, ad esempio, è durata oltre mille anni).

La dimensione spaziale della memoria in montagna favorisce la rivisitazione culturale dei luoghi come ad esempio il recupero della rete sentieristica del Club Alpino italiano che ricalca nella genesi, più di quanto si pensi, non solo le tradizioni contadine (le vie della mezzadria e della transumanza), gli scambi commerciali (le vie del sale), l’esperienza della guerra (i sentieri della libertà lungo la Linea Gotica), le vie antiche del trasporto del marmo (le vie di lizza), le vie della spiritualità (Francigena).

Percorsi per secoli, i sentieri sono state le uniche vie di comunicazione per le popolazioni residenti nelle zone di montagna e rappresentano una testimonianza dei movimenti migratori dei valligiani che, alla ricerca di nuove possibilità di lavoro, attraversavano vallate e valichi per incrementare nuovi scambi commerciali e culturali. Attorno ai vecchi alpeggi, alle secolari abitazioni alpine e collinari si sviluppa un nuovo network di assistenza ai moderni viandanti, trasformando i resti decadenti, sottratti all’oblio del tempo, in costruzioni dotate di senso come i rifugi che diventano veri e propri presidi culturali ad alta quota.

È difficile in questo processo di rivisitazione culturale distinguere il patrimonio ambientale da quello culturale, il bene naturale da quello antropico: entrambi si tengono assieme attraverso il concetto di “continuità” all’interno di un viaggio sul territorio. Il bene culturale è cultura popolare, paesaggio, antropologia, è Storia che riporta sulla scena dell’attualità il passato pur vivendo il presente (cit. Maria Zanoni “Beni culturali e identità”). Sta a ognuno di noi ritrovare nella propria città, nella propria valle, paese, borgo o periferia, ma ancor di più nei labirinti della propria mente, la stessa sacralità della permanenza umana, i segnali che ogni passo della Storia dell’Uomo lascia sul selciato dell’esperienza dei sensi. Riconoscere il paesaggio come opera umana significa porre le condizioni della sua tutela, stabilire i vincoli e i limiti dell’interazione antropica.

Come scriveva Marc Augè: «Ogni paesaggio esiste solo per lo sguardo che lo scopre. Presuppone almeno un testimone, un osservatore. Inoltre, questa presenza dello sguardo, che fa il paesaggio, presuppone altre presenze, altri testimoni o altri attori. I paesaggi che ci sembrano i più naturali debbono tutti qualche cosa alla mano dell’uomo, e quelli che ne sembrano del tutto indipendenti sono stati almeno accostati, avvicinati da un insieme di vie di comunicazione e di mezzi tecnici che permettono appunto di farne dei paesaggi».
 

Il rischio di spaesamento

Nel paesaggio apuano divorato dall’attività estrattiva tutto questo è a rischio senza che se ne abbia una consapevolezza collettiva, se è vero che il Presidente di Assindustria Massa Carrara in un convegno del luglio 2014 organizzato a Carrara dalla locale Camera del Lavoro ebbe a dichiarare che: «la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro e non sulle passeggiate» facendo intendere lo scarso valore attribuito al recupero delle tracce del passato. Eppure, in montagna come in altri luoghi, gli spazi abbandonati o distrutti sono “non luoghi”, privi di senso perché abbandonati dalla comunità, decadenti e senza progettualità. L’assenza di umanità nei luoghi è un fenomeno che si avvita su se stesso e alimenta processi negativi come lo spaesamento e la fortificazione dello status di “non essere” che allontana le persone dai centri direzionali urbani e dalla possibilità di riequilibrare le periferie con i nuclei cittadini e le fasce intermedie insediative.

Nel paesaggio apuano assistiamo, così, non soltanto all’espulsione fisica dalla montagna, ma, soprattutto, allo spaesamento delle persone che “esiliate” dal proprio ambiente naturale, dalla cerchia degli affetti, vivono una condizione di estraneità sociale sofferente e deprimente che li porta sempre più ai margini delle relazioni e delle istituzioni. Questi cittadini sembrano aver perso la caratteristica antica di abitanti reali che dal territorio traggono un vero sostentamento e assomigliano sempre più a residenti transitori e a turisti che scoprono per la prima volta il luogo dove abitano. “Il grande ravaneto” (le discariche industriali delle Alpi Apuane) diventa la metafora di un intero sistema sociale apuano dove tutto si appiattisce (come le Apuane spianate), si omologa, perde di specificità, diventa “detrito”, presenza residuale.

Lo spazio apuano, soprattutto quello rivierasco delle città urbane, si trasforma a una velocità incontrollata (e mal gestita) in uno spazio di transito, inerte (la particolare dislocazione geografica ha reso questo lembo di terra al servizio del trasporto del marmo e di altri servizi logistici). Progressivamente le aree strutturate e di senso si trasformano in non luoghi, spazi utilizzati per scopi molteplici, anonimi, stereotipati, privi di storicità, frequentati da persone freneticamente in movimento che non si relazionano tra di loro. Un fenomeno allarmante come testimoniato dal fatto che la provincia di Massa Carrara vanta il triste primato regionale per il gioco d’azzardo dove la spesa pro capite arriva a 1.189 euro per un’incidenza del 7,5% del PIL. La Toscana si colloca all’ottavo posto nella classifica nazionale tra le regioni che giocano di più. (cit. Il Tirreno del 2 settembre 2011). Consapevole degli effetti nefasti di certe pratiche sociali, e nel tentativo di arginarli, il Comune di Massa è dovuto intervenire con un’ordinanza del 4 marzo 2015 volta a tutelare i “soggetti psicologicamente più deboli” e a prevenire i fenomeni patologici connessi al gioco compulsivo.

È evidente, dunque, come tutto si tiene insieme ed è all’interno di un territorio che si creano identità, spaesamenti e conversioni economiche e sociali (cit. Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato, i percorsi dell’appartenenza, 1997).

Il paesaggio apuano non è stato rispettato ed è mancata una lettura comprensiva dei suoi elementi naturali e morfologici e del senso che li lega ad una comunità, l’unico legame in grado di restituire vero sostentamento alla popolazione, bellezza e simboli per la memoria da tramandare alle future generazioni. I beni comuni, non soltanto le montagne e il marmo, ma anche le spiagge, sono stati considerati beni di cui appropriarsi, nell’erronea e fallimentare concezione per cui la progettazione economica deve prevalere o, nelle migliori delle ipotesi, oscillare tra “ragione oggettiva” del mondo tecnico/economico e sfera soggettiva residenziale. Il risultato sono i luoghi senza qualità estetica, senza memoria e senza comunità: ne sono chiari esempi alcune zone apuane come il Porto di Marina di Carrara, le zone adiacenti mescolate ai siti residenziali, il litorale di confine con il Comune di Massa (il toponimo Partaccia spiega molto bene lo stato delle cose), la zona industriale tra il centro di Massa e Marina di Massa, le zone pedemontane, la Valle del Frigido spopolata e inquinata (zona Parco delle Alpi Apuane!).
 

Sviluppo nel rispetto della memoria

Riappropriarsi dell’antica saggezza popolare, saperla coniugare con l’esigenza attuale della gestione della complessità delle moderne comunità, costituisce una possibile soluzione alle criticità sociali e ambientali che rischiano di farci implodere.

Un’azione che non può prescindere dall’affermazione della responsabilità del territorio e della specifica responsabilità sociale dell’impresa, «con uno sguardo capace di leggere e interpretare il territorio come un processo storico di cui siamo diretti eredi e prosecutori, dunque responsabili» (cit. Luisa Bonesio, Spaesamento, perdita di luogo e rilocalizzazione dell’identità culturale).

«Questo noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra» (tratto dalla lettera inviata dal capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo nel 1854 al presidente degli Stai Uniti Franklin Pierce).

Dall’analisi del paesaggio apuano degradato e critico dal punto di vista ambientale e sociale non bisogna dedurre il pensiero nostalgico di un ritorno all’arcaicità o all’ideologia conservatrice statica e immobile. L’idea innovativa risiede nella concezione che la conservazione non è antitetica allo sviluppo contemporaneo, ma essa partecipa al mutamento regolandolo e progettando il recupero delle risorse paesaggistiche con una forte valenza storica, nella direzione della loro sostenibilità economica. Un’azione di riqualificazione su vasta area che sappia congiungere i singoli progetti ad una forte connotazione sociale/partecipativa e si estenda fino ad acquisire una dimensione strategica territoriale.

Ad esempio, per quanto riguarda i siti dismessi (Monte Carchio, Monte Brugiana, zona di Arni, Seravezza, Solco di Equi) il recupero antropico può essere inteso come valorizzazione storica in quanto espressione di un fenomeno di cultura locale, facendo emergere e preservando il carattere museale dell’archeologia industriale. Oppure puntando a una nuova funzionalità, stimolando la creatività, facendo diventare le cave dei prosceni riadattati per diversi tipi di manifestazione (simposi, allestimenti teatrali, concerti, proiezioni, eventi sportivi, etc) o, semplicemente, rendendole fruibili turisticamente come luoghi di transito e di sosta per cammini nelle Alpi Apuane. È necessario un notevole lavoro di messa in sicurezza (interventi di disgaggio dei fronti di cava, barriere protettive lungo i bordi dei gradoni dei piazzali), di pulizia dell’area di scavo (rimozione di detriti e blocchi di marmo abbandonati), sistemazione dei piazzali (livellazione parziale dei piani e corridoi di collegamento), accessibilità (messa in sicurezza delle vie di arroccamento, ripristino di sentieri alternativi, creazione di aree di sosta, illuminazione).

Dare nuova vita a un sito estrattivo dismesso non è un’operazione semplice, né banale, seppur oggetto di progetti tecnici fattibili e realizzabili; infatti, non si tratta soltanto di mettere in sicurezza l’area e di favorire un ripristino ambientale riallacciando i legami della Natura, ma di reinserire la cava nel paesaggio dandole una funzione culturale, conferendo un nuovo senso dentro la comunità.

“Io so che qualcuno nel tempo conserverà di noi memoria”
Saffo VII sec. A.C.

 



Per saperne di più:

ATTI dell’incontro Stati Generali delle Alpi Apuane  (14/5/2016)

 

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