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Basta morti in cava: la proposta Legambiente

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Al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi
Al sindaco del Comune di Carrara, Angelo Zubbani
Al direttore generale Azienda USL Toscana nord ovest, Maria Teresa De Lauretis
Alla Procura della Repubblica di Massa Carrara
Ai sindacati CGIL, CISL, UIL, Cobas

 

Di fronte all’ennesima vittima del “marmo” non sono ulteriormente accettabili i consunti riti di condoglianze, solidarietà, esortazioni e impegni a fare tutto il possibile perché ciò non accada mai più. E non dimentichiamo che gli incidenti mortali sono solo la punta dell’iceberg di una tragica realtà, fatta di tantissimi incidenti (uno ogni due giorni secondo i dati Inail): un livello di insicurezza intollerabile in una società civile del Ventunesimo secolo.

È pertanto inderogabile l’assunzione di responsabilità decisionali. Con questa convinzione avanziamo una proposta che contribuirebbe ad un vero salto di qualità per la sicurezza del lavoro in cava.

 

I limiti della normativa regionale e comunale

La legge regionale n. 35/15 (“Disposizioni in materia di cave”), pur prevedendo l’ingiunzione a rimuovere “situazioni di pericolo” (es. rischi di crollo) e la sospensione dell’autorizzazione nel caso d’inadempienza (art. 21), non prevede alcuna sanzione per le infrazioni alle procedure di sicurezza.

Anche la bozza di nuovo regolamento comunale per la concessione degli agri marmiferi, pur proponendosi fin dall’art. 1 di migliorare le condizioni di sicurezza delle lavorazioni, non prevede alcuna sanzione per le infrazioni alla normativa antinfortunistica. Una dimenticanza ancor più incomprensibile se si considera (art. 16) l’ampio elenco di cause di decadenza della concessione (inadempienze in materia ambientale, paesaggistica, idraulica e idrogeologica, mancato pagamento del canone, inattività della cava, ecc.).

Se ne trae l’amara conclusione che, di fatto, la Legge regionale e il Regolamento comunale considerano la tutela della vita dei lavoratori meno importante del rispetto delle prescrizioni ambientali o amministrative.

 

La normativa nazionale: potenzialità inapplicate

Uno strumento preventivo ben poco utilizzato è il D.Lgs. 231/2001 che ha introdotto la responsabilità amministrativa delle società e degli enti, estesa dal D.Lgs. 81/2008 anche alle violazioni della normativa sulla sicurezza del lavoro.

In tal modo, nel caso di infortunio colposo, il processo penale non investe più solo i responsabili legali (solitamente puniti con sanzioni moto miti), ma anche l’azienda stessa (come persona giuridica), sanzionata severamente sul piano pecuniario e, nei casi più gravi (com’è certamente la morte di un lavoratore), con l’interdizione dall’esercizio dell’attività, la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, ecc.

In questa responsabilità oggettiva rientra anche la negligenza, cioè non aver adottato tutte le misure necessarie ad impedire che qualcosa di grave accada. L’azienda può dunque “salvarsi” solo dimostrando di aver adottato un sistema di gestione della sicurezza comprendente la valutazione dei rischi, le procedure idonee a evitare infortuni e adeguati controlli da parte di un organismo di vigilanza indipendente.

Nonostante i suoi limiti (non obbligatorietà dell’adozione del sistema di gestione della sicurezza e sistema sanzionatorio che si attiva solo ad infortunio avvenuto), il D.Lgs. 231/2001 potrebbe svolgere un importante ruolo preventivo grazie al deterrente delle sanzioni severe (anche la chiusura) a carico dell’azienda.

Il limite vero, tuttavia, non è insito nel D.Lgs. stesso, ma nella sua rara applicazione da parte della giustizia. Solitamente, infatti, in caso di infortunio non vengono contestate le responsabilità alla persona giuridica (l’azienda negligente), ma solo le responsabilità personali ai suoi dirigenti.

 

La proposta: PREVENZIONE!
(Sanzionare le violazioni prima dell’infortunio)

Questo inaccettabile quadro normativo e sanzionatorio riflette una paurosa carenza di cultura della sicurezza. Tuttavia, ritenendo sincere, seppur spesso non seguite da comportamenti conseguenti, le dichiarazioni d’intenti rilasciate da tutte le forze politiche e sociali dopo ogni grave incidente, avanziamo una proposta concreta volta a mettere la sicurezza al primo posto.

Il cuore della proposta sta nell’integrare l’attuale approccio normativo (che, almeno nella sua attuale applicazione, interviene con sanzioni ad incidente avvenuto) con uno effettivamente preventivo, basato sull’adozione obbligatoria di procedure di sicurezza e su sanzioni severe e immediate di ogni violazione, anche in assenza di incidente.

Ritenendo inefficaci le sanzioni pecuniarie, proponiamo di sanzionare:

  • ogni infrazione accertata alle procedure di sicurezza (anche lieve e pur in assenza di incidenti) sospendendo l’autorizzazione per un minimo di 15 giorni (che diventano 3 mesi in caso di recidiva);
  • ogni infrazione grave, pur in assenza di incidenti, con la revoca definitiva dell’auto­riz­­zazione.

Siamo convinti che l’accoglimento di questa proposta, sanzionando le inadempienze con l’imme­diato fermo della cava, funzionerebbe davvero da deterrente e responsabilizzerebbe i titolari, gli incaricati della sicurezza, i direttori di cava, i preposti e i lavoratori tutti, sollecitandoli ad esigere il rispetto scrupoloso di tutte le norme di sicurezza necessarie per evitare, o perlomeno per ridurre drasticamente, il rischio di incidenti mortali come quelli che funestano la nostra comunità.

Il potere persuasivo di questo dispositivo non può sfuggire se si tiene conto che, nella situazione attuale, comporterebbe un fermo cava ogni due giorni (secondo i dati Inail, è questa, infatti, la frequenza degli infortuni nel comparto marmo).

 

Serve l’impegno di tutti:
Regione, Comune, ASL, lavoratori, sindacati, imprese

Per rendere operativa la proposta, chiediamo alla Regione e al Comune di inserire nella Legge regionale sulle cave e nel Regolamento comunale l’adozione obbligatoria di un sistema di gestione della sicurezza che preveda tali sanzioni nel caso di inadempienza.

Un contributo fondamentale dovrà venire dall’ASL:

  • definendo le linee guida per la redazione di dettagliate procedure di sicurezza per ogni fase dell’escavazione, con l’indispensabile apporto esperienziale dei lavoratori stessi alla Valutazione dei Rischi secondo quanto previsto anche dal Testo Unico Salute e Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs. 81/2008);
  • favorendo l’adozione da parte delle singole imprese (sulla base di tali linee guida o di quelle UNI-INAIL o BS-OHSAS 18001) di sistemi di organizzazione, gestione e controllo delle attività finalizzati alla sicurezza;
  • organizzando un’attività permanente di informazione, formazione, addestramento e sensibilizzazione dei lavoratori, dei preposti, dei dirigenti e degli imprenditori;
  • istituendo un’attività ispettiva intensa e capillare, preventiva, anche sulla corretta attuazione dei sistemi di gestione.

Crediamo che a questo sforzo collettivo per diffondere sempre più la cultura della sicurezza e della legalità nel mondo delle cave debbano partecipare anche i sindacati, coordinando i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e istituendo un luogo permanente di formazione e di monitoraggio specifico per il mondo della cave fra RLS aziendali, di comparto, territoriali.

Infine, sebbene l’adozione della nostra proposta possa ridurre drasticamente gli incidenti mortali, riteniamo importante che la Procura della Repubblica lanci un chiaro segnale, esercitando sempre l’azione penale non solo verso le responsabilità personali dei dirigenti, ma contestando anche la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Carrara, 9 dicembre 2016
Legambiente Carrara

 

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