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Riapertura cava Puntello Bore? Perché no (contributo al contraddittorio)

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Il 5/2/2018, al Palazzo Ducale di Massa, si è svolto il sintetico contraddittorio, richiesto dalle associazioni ambientaliste e moderato dal Parco delle Apuane, sulla richiesta di riapertura della cava Puntello Bore.
Le associazioni GrIG, Legambiente, Italia Nostra e CAI si sono confrontate con i consulenti della Marmi di Carrara srl. Con il presente contributo, Legambiente ha chiesto di respingere, per illegittimità, la richiesta di riapertura della cava.

 
Oggetto:     Richiesta di riattivazione della cava Puntello Bore:
                  contributo al sintetico contraddittorio

 
Il presente contributo non entra nel merito dello Studio d’incidenza. Già dalla restante documentazione tecnica di base, infatti, emergono violazioni di legge talmente vistose da imporre di respingere la riattivazione della cava. A queste motivazioni, legate essen­zialmente all’assenza di misure efficaci di protezione delle acque superficiali e sotterrane, si aggiungono motivi di decoro istituzionale: l’esposizione dei dati sui quantitativi di materiali da estrarre, infatti, è talmente caotica da risultare veramente irrispettosa nei confronti dei funzionari addetti all’esame della pratica.
 

1.  Quantitativi escavati: un vero caos

 

Il pressapochismo e la sciatteria con i quali, nella Relazione tecnica progettuale, sono esposti dati d’importanza primaria –quali sono i quantitativi di blocchi e detriti che si chiede di estrarre– superano tutti i limiti della decenza. Non è nemmeno chiaro se i dati citati si riferiscano al piano d’escavazione presentato o a fasi successive di cui, in futuro, si intende richiedere l’autorizzazione.

Il caos è tale che rimandiamo all’appendice l’esame di questi dati e delle relative incongruenze. Ci si limita qui a rilevare che: 1) nello spazio di poche righe si dichiarano con noncuranza addirittura tre diversi valori di volume escavato (500, 5.000 e 50.000 m3), senza peraltro indicare il tipo di mate­riale; 2) i valori indicati nella relazione tecnica differiscono da quelli riportati nel piano di gestione dei rifiuti estrattivi; 3) qualunque ipotesi interpretativa si adotti, i conti non tornano (ad esempio la somma dei quantitativi delle varie tipologie di materiali estratti non corrisponde al totale).

Un’esposizione così confusa, in cui non sono chiari né il volume totale escavato, né le sue frazio­ni, è già di per sé motivo sufficiente a respingere la richiesta d’autorizzazione.
 

2. Piano di coltivazione: inammissibile e scandaloso

 

2.1    Resa 20%? Richiesta inammissibile (violazione del PRAER)

 

In tanta confusione, tuttavia, una cosa è molto chiara: la società proponente, infatti, dichiara una resa in blocchi del 20%, inferiore dunque al 25% posto dal PRAER come resa minima per concedere l’auto­rizza­zione all’attività estrattiva.

Pertanto, senza proseguire l’istruttoria, la richiesta di riaper­tu­ra della cava avrebbe dovuto essere respinta in quanto inammissibile, non essendo soddisfatto un requisito fondamentale di legge. Proseguire l’istruttoria, infatti, equivale all’implicita ammissione di non ritenere vinco­lante il rispetto del PRAER, sollevando il dubbio che possa esservi una disinvolta quanto preoccupante noncuranza della legalità, proprio da parte di chi è deputato a farla rispettare.

Perciò, pur ringraziando il Parco per aver accolto la nostra richiesta di sintetico contraddittorio, dobbiamo far rilevare quanto questo sia paradossale: con quale senso della legalità può esserci chiesto se siamo o no favorevoli a violare la legge? In ogni caso, anche qualora tutte le parti convocate espri­messero parere favorevole, l’eventuale favorevole pronuncia di compatibilità ambientale e autorizzazione resterebbero illegittime e i responsabili ne risponderebbero perso­nalmente (i singoli) e politica­mente (gli enti).
 

2.2    Richiesta truffaldina e scandalosa (blocchi 4%, detriti 96%)

 
Vi è, però, un’aggravante clamorosa: la resa del 20% in blocchi è solo fittizia. Infatti, se i blocchi estratti sono 1.000 m3 (2.700 t) e per volume totale estratto si intende quello del cappellaccio (20.000 m3), se ne deve concludere che la resa reale in blocchi della cava è solo del 5%, percentuale che scenderebbe al 4% qualora il volume totale estratto (cappellaccio + escavazione vera e propria) fosse 25.000 m3.

Per inciso, si fa osservare che in quest’ultima ipotesi –che riteniamo la più verosimile poiché ridurrebbe il numero di contraddizioni insite nei dati riportati– sarebbero grossolanamente errati entrambi i valori di 500 m3 e 50.000 m3 di volume escavato riportati nel progetto. La relazione tecnica avrebbe dovuto riportare il solo valore di 5.000 m3 con la doverosa precisazione che a questo volume di “escavazione produttiva” vanno aggiunti altri 20.000 m3 di “lavori preparatori” per la rimozio­ne del cappellaccio.

Se dunque, come riteniamo debbano interpretarsi i dati, la resa reale in blocchi fosse davvero del 4% sul volume totale escavato (1.000 m3 su 25.000 totali: Tab. 4), il rilascio dell’autorizzazione, oltre­ché illegittimo, sarebbe addirittura scandaloso. Significherebbe, infatti, sbriciolare la montagna per ricavarne una quantità irrisoria di materiali ornamentali (4% blocchi, 96% detriti): il massimo impatto ambientale per ricavarne il minimo beneficio!
 

Tab. 4. Resa percentuale in blocchi (4%) e in detriti (16+80 = 96%) nell’ipotesi che il volume totale estratto sia 25.000 m3 (di cui 20.000 di cappellaccio).
  Tot materiale
estratto
Blocchi Detriti da
escavazione
Detriti da lavori preparatori
(cappellaccio)
m3 25.000 1.000 4.000 20.000
% del materiale estratto 100 4 16 80

 
Per finire, merita ricordare la disposizione del PIT (Disciplina di piano, art. 20, comma 1, lett. d): «l’attivi­tà estrattiva è finalizzata all’estrazione di materiali lapidei ornamentali, può riguardare materiali per uso industriale solo se derivanti dalla produzione di materiali ornamentali e non può essere autorizzata per la produzione di inerti; tale produzione di inerti è da limitare quanto più possibile, al fine di valo­rizzare le risorse e minimizzare gli impatti paesaggistici».

La riapertura della cava Puntello Bore rappresenterebbe dunque quanto di più lontano si possa imma­gi­nare dalle disposizioni del PIT e del PRAER: una vera beffa nei confronti del legislatore regionale!

 

3.  Inquinamento deliberato delle acque

 

3.1    Elevata vulnerabilità all’inquinamento:
necessarie misure preventive rigorose

 
Dalla documentazione progettuale emergono chiaramente vari elementi che testimoniano l’elevata vulnerabilità dell’acqui­fero all’inquinamento (peraltro caratteristica ben nota dei sistemi carsici):

  • i corsi d’acqua restano asciutti per la maggior parte dell’anno, mostrando scorrimento solo in caso di precipitazioni particolarmente elevate (ciò significa che le acque meteoriche si infiltrano nel­l’ac­quifero, tramite il sistema carsico);
  • la carta idrogeologica dell’università di Siena riporta per la cava Puntello Bore una permeabilità di classe V (alta permeabilità per fratturazione e carsismo);
  • l’«ovvia interconnessione» tra le acque che interessano l’area di cava e le sorgenti del Frigido: «risulta chiaro come le acque del Frigido siano da considerare il “recapito finale” delle acque di infiltrazione che interessano l’area della cava»;
  • le prove con traccianti: le spore di licopodio colorate immesse nell’area di cava (nel ravaneto) e rinvenute nella sorgente del Frigido dopo sole 5h 30’ e persistenti il giorno successivo dimostrano una connessione diretta e rapida tra cava e sorgente.

Queste schiaccianti evidenze avrebbero dovuto condurre all’adozione di scrupolose misure volte a prevenire l’inquinamento dell’acquifero. In particolare, considerato che qualunque materiale fine dilavabile dalle acque meteoriche può finire nell’acquifero e nelle sorgenti, le misure preventive fondamentali avrebbero dovuto essere:

  • evitare rigorosamente qualunque cumulo o deposito di detriti all’aperto, ancorché temporaneo, immagazzinando esclusivamente in cassoni a tenuta stagna ogni detrito contenente frazioni fini;
  • evitare qualunque utilizzo di materiali fini in cava (nella realizzazione di rampe, riempimenti, letti di ribaltamento, ecc.);
  • attuare la costante e assoluta pulizia di tutte le superfici di cava, ricorrendo anche a mezzi “aspirapolvere” dotati di spazzole rotanti-aspiranti, in modo che in nessuna parte della cava e in nessun momento siano presenti materiali fini esposti agli agenti meteorici.

 

3.2    Pulizia della cava? Affidata alle piogge!

 
Ciononostante, nelle relazioni progettuali non c’è traccia di tali misure. Al contrario in esse, ci si spertica per minimizzare il rischio, raggiungendo talora vette esilaranti di ridicolo. Per citare un solo esempio del lungo florilegio, la prova con traccianti che dimostra una connessione idraulica certa e rapida tra la cava (direttamente o tramite infiltrazione nel suo ravaneto) e la sorgente del Frigido viene definita come «presenza di una possibile connessione idraulica» (Rel. monitoraggio sorgente Frigido, p. 11).

Dalle varie relazioni della documentazione progettuale (relazione tecnica-RT, gestione delle acque meteo­ri­che dilavanti-AMD, piano di gestione dei rifiuti estrattivi-PGR, ecc.) emerge chiaramente, invece, l’inten­to di lasciare che marmettola e terre si disperdano liberamente sulle superfici di cava e di rinuncia­re alla loro pulizia, delegando tale compito alle piogge. Si riportano qui solo alcuni esempi:

  1. «il materiale di risulta prodotto durante le prime fasi della lavorazione verrà utilizzato per la costruzione di rampe di accesso» (RT, pag. 10); è ovvio che, in tal modo, le terre e la marmettola in esso contenute saranno esposti al dilavamento meteorico e al trascinamento sui piazzali e lungo il ravaneto;
  2. per il rimodellamento finale previsto nel recupero ambientale, saranno utilizzati 5.000 m3 di detrito medio fine precedentemente accantonati sul piazzale (RT, p. 16);
  3. la marmettola da taglio con filo diamantato, previo addensamento e test di cessione, potrà essere riutilizzata, miscelata a inerte di cava, per rinforzi, riempimenti o riporti necessari alla viabilità interna alla cava, per i letti di ribaltamento delle bancate e per opere di ripristino all’interno del­l’area estrattiva (RT p. 21);
  4. «la frazione fine dei detriti potrà rimanere in cava ed essere depositata in stoccaggi temporanei e infine disposta a parziale riempimento dei vuoti di estrazione» (PGR, p. 2);
  5. si «ritiene che la pulizia delle aree di cava … possa avvenire solo con l’utilizzo di acqua mediante tubazione mobile a spruzzo che determinerebbe comunque un flusso, secondo le pendenze del piazzale, verso il punto più depresso. Non è infatti pensabile operare diversamente una pulizia delle aree … Pertanto … appare più logico, congruente e fattibile far laminare le acque meteoriche superficiali sui piazzali facendole convogliare nel punto più depresso» (AMD, p. 16).

In poche parole, dunque, si dichiara: 1) l’intento di utilizzare in cava materiali contenenti frazioni fini, esponendoli al dilavamento meteorico, 2) la consapevolezza che ne deriveranno abbondanti depositi di marmettola e terre sui piazzali e 3) la deliberata rinuncia alla loro pulizia, affidata, invece, alle piogge.
 

3.3    Inquinamento pianificato
(trucchi da illusionista anziché argomentazioni scientifiche)

 
Che non si tratti di ignoranza o disattenzione, ma di inquinamento consapevole e intenzionale, è dimostrato anche dalle motivazioni teoriche addotte a giustificazione di tali comportamenti.

Nella relazione AMD (p. 12), infatti, pur riconoscendo fugacemente che «le AMD sono le acque che pre­sen­tano oggettivo rischio di trascinamento, nelle acque meteoriche, di sostanze pericolose o di sostanze in grado di determinare pregiudizi ambientali», ci si affretta a precisare che «le AMD provenienti dall’area di cava attiva non possono essere che acque costituite da materiali già presenti sui piazzali della cava che non sono costituiti da materiali pericolosi e la cui ipotetica contaminazione è costituita da piccolissimi quantitativi di idrocarburi …».

D’altronde il già citato impiego della marmettola in cava (per rampe, riporti, ecc.), «previa sottoposizione a test di cessione», non può che essere giustificato dall’implicita argomen­tazione che, previa verifica del­l’assenza di sostanze “pericolose”, la marmettola possa essere liberamente dispersa nell’ambiente.

Teniamo a evidenziare che le motivazioni addotte a giustificazione della mancata adozione di misure efficaci di prevenzione dell’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, non solo sono prive di fondamento scientifico e giuridico ma, anzi, sono finalizzate a un’operazione di distrazione e falsi­fi­cazione ideologica.

Col classico trucco da illusionisti, si mira cioè surrettiziamente a concentrare l’atten­zione sulle sostanze “pericolose” per distrarla da quelle che, come la marmettola, pur non essendo pericolose (nel senso di tossiche), sono comunque “sostanze in grado di determinare pregiudizi ambientali”. Allo stesso scopo, si tace sul principio di fondo dei regolamenti attuativi della L.R. 20/2006 che, ancor più esplicitamente, affermano «la gestione delle AMD deve perseguire la prevenzione del trasporto di sostanze solide sospese …» (DPGRT 8/9/2008, n. 46/R, art. 38).

Per comprendere l’assurdità della tesi della “non pericolosità”, basti pensare che, in base ad essa, si potrebbe scaricare liberamente nelle acque (senza configurare il reato d’inquinamento) qualunque sostanza di per sé innocua (olio d’oliva, farina, passata di pomodoro, ecc.). Più concretamente, l’intor­bidamento da marmettola dei corsi d’acqua e delle sorgenti –pur determinando un elevato impatto bio­logico nei fiumi e la non potabilità delle acque sorgive– non sarebbe considerato di pregiudizio per l’am­biente.

D’altronde, se la dispersione della marmettola sui piazzali non comportasse problemi ambientali, perché mai le acque di taglio col filo diamantato dovrebbero essere confinate e convogliate all’impianto di filtra­zione/sedimentazione? Di converso, se la normativa impone queste misure, come potrebbe permettere che la marmettola, una volta raccolta, sia riutilizzata in cava disperdendosi sui piazzali?
 

3.4    Acque meteoriche dilavanti:
non basta rispettare una legge, vanno rispettate tutte!

 
Per finire, merita osservare che il Piano di gestione delle AMD (pag. 16) prevede la raccolta e il tratta­mento (sedi­mentazione/filtrazione) delle acque di taglio e di quelle di prima pioggia (AMPP), mentre «le AMD delle aree di coltivazione attiva, per tutta la parte non recuperata, evacueranno naturalmente dalla vasca di raccolta verso lo scolo naturale di valle».

Ciò significa che, come prescritto dal regolamento 46/R attuativo della L.R. 20/2006, saranno raccolte e trattate le AMPP, corrispondenti alle precipitazioni di 5 mm in 15 minuti, mentre le precipitazioni eccedenti tale valore (cumulativamente 759 mm annui: Relazione AMD, p. 15) scorreranno verso valle con il loro carico di marmettola e terre, inquinando le acque superficiali e sotterranee.

Teniamo a evidenziare che, sebbene questa procedura rispetti formalmente la L.R. 20/2006, ciò non è sufficiente. La procedura di V.I.A., infatti, deve assicurarsi non solo del rispetto delle singole leggi di settore, ma anche che non vengano comunque arrecati danni alle componenti ambientali (nel caso specifico, le acque). Invitiamo pertanto gli enti al massimo rigore nella procedura di V.I.A.

Queste considerazioni, peraltro, destituiscono di ogni fondamento affermazioni spudorate e falsamente rassicuranti, quali:

Affermazioni Commento critico
«Anche per la cava Puntello Bore è difficile che si realizzino le condizioni di infiltrazione simulate con l’immissione delle spore. Infatti» … «le acque superficiali e di lavorazione dovrebbero scorrere superficialmente e infil­trarsi nel ravaneto» (Monitoraggio sorgente Frigido, p. 12). Il verificarsi di tali condizioni è tutt’altro che difficile: è, anzi, quanto avviene abitualmente per le precipitazioni di normale intensità (supe­riori a 5 mm).
«Con l’adozione delle misure sopra riportate tese a limitare al massimo le possibili infiltrazioni di materiale fine verso l’acquifero e con le misure prese nel piano di gestione delle AMD, si ritiene che l’attività estrattiva che sarà svolta all’interno della cava in argomento non porterà nocumento alcuno all’assetto idrogeologico dell’area» (Monitoraggio sorgente Frigido, p. 13). Come sopra argomentato, invece, le misure adottate determinano l’inquinamento consa­pevole e intenzionale delle acque superficiali e sotterranee.

 
In conclusione, il piano d’escavazione è da respingere per deliberato e pianificato inquinamento delle acque: è infatti impensabile che i consulenti ignorino l’intorbidamento dei fiumi e delle sorgenti ad ogni pioggia, fenomeni di dominio pubblico, evidenti a occhio nudo e largamente trattati dalla stampa. Un’eventuale autorizzazione sarebbe dunque illegittima anche sotto questo aspetto.

 

4.  Gestione dei rifiuti estrattivi:
terminologia ingannevole e persuasione occulta

 
L’intero piano di gestione dei rifiuti estrattivi si fonda sull’errato (e interessato) presupposto che la marmettola e le terre possano essere impiegati liberamente in cava, poiché sarebbero materiali non contaminati da sostanze inquinanti. A tal fine si ricorre all’espediente di insinuare surrettiziamente, tra le dettagliate argomentazioni giuridiche, una “terminologia ingannevole” finalizzata a un’ope­razione di “persuasione occulta”.

In breve, il piano inizia argomentando che il D. Lgs. 117/2008 esclude dai “rifiuti di estrazione” tutti gli scarti che vengono commercializzati; rientrerebbero dunque tra i rifiuti di estrazione solo i materiali non commercializzati: in pratica, gli scarti dei vagli e la marmettola. Scatta poi, nel seguente periodo, l’opera­zione di persuasione occulta.

«Questi prodotti [ndr: marmettola e scarti dei vagli], con eccezione di quelli eventualmente contaminati da sostanze inquinanti (ipotetico sversamento di oli e idrocarburi) e dei limi prodotti dalla sedimen­tazione delle acque di lavorazione, potranno essere utilizzati in cava per il parziale rinterro dei vuoti estrattivi, e la costruzione di rampe di accesso alle bancate, e manutenzione delle strade di arroc­camento».

 
Indicando tra gli eventuali inquinanti solo oli e idrocarburi, il piano mira dunque a persuadere che marmettola e terre non sono inquinanti e pertanto, se non contaminate da oli e idrocarburi, possano essere liberamente impiegate (e disperse) in cava.

In tal modo si stravolge implicitamente il significato del termine “inquinante” che –nella lingua italiana e nelle leggi– indica qualunque sostanza estranea all’ambiente (o anche suo costituente normale, ma presente in concentrazioni superiori alla media) capace di alterare i componenti dell’ambiente.

Eppure è ben noto da oltre trent’anni che la marmettola, pur essendo priva di tossicità diretta, esercita un impatto ambientale devastante sui corsi d’acqua, decimando le comunità di macro­invertebrati acquatici (fino alla loro totale scomparsa) a causa, principalmente, della distruzione dei microhabitat indotta dallo spesso strato fangoso che ricopre il fondo occludendo gli interstizi dei ciottoli. In poche parole, inducendo la morte biologica dei corsi d’acqua, ha un impatto superiore a quello degli scarichi fognari. Analogamente, intorbidendo le sorgenti, rende le acque non potabili.

L’operazione di persuasione occulta mirante a escludere la marmettola dalle sostanze inqui­nanti è dunque profondamente scorretta sia sul piano scientifico che su quello giuridico. È inoltre truffaldina, visto che i consulenti non possono certo ignorare l’impatto ambientale della mar­mettola.

Non riteniamo pertanto meritevole sprecare tempo per contestare nel dettaglio l’intero piano di gestione dei rifiuti estrattivi. Ci limitiamo a dire che, anche qualora tutte le considerazioni di natura giuridica addotte fossero valide e gli usi citati fossero consentiti dal D. Lgs. citato, resterebbero comunque fermi gli obblighi della procedura di V.I.A., che deve assicurarsi che le pratiche adottate non comportino effetti negativi sull’ambiente.

A tal fine, il piano di gestione avrebbe dovuto prevedere il deposito di tali materiali (ancorché temporaneo) in contenitori a tenuta stagna (o, comunque, in locali coperti e protetti dalle acque meteoriche) e la pulizia rigorosa delle superfici di cava.

È questa un’ulteriore ragione di legittimità che impedisce il rilascio dell’autorizzazione al piano presentato.
 

5.  Altre (piccole ?) questioni

 

5.1    Traffico pesante per i detriti

 
Nel piano di gestione dei rifiuti estrattivi si stima un traffico giornaliero di 1-2 camion (valore ripreso nello studio di impatto ambientale e nello studio di incidenza):

«Tutto il materiale via via prodotto viene allontanato e lo stoccaggio è semplicemente funzionale al coordinamento con la produzione dello stesso. Sulla base di quanto detto in precedenza, nell’arco dei 2 anni di coltivazione previsti per la realizzazione del progetto si prevede di produrre ca. 4000 mc di materiale in scaglie.
Considerando l’aumento di volume 40% misurati in mucchio, la quantità stimata permette di affermare, su una base ideale di circa 180 giorni lavorativi effettivi, che con un prelievo giornaliero di ca. 85 mc di materiale detritico pari a massimo 1/2 viaggi al giorno è possibile asportare tutto il detrito prodotto.»

Tuttavia:

  1. tale impatto è calcolato su 4.000 m3 di detrito in scaglie e non considera gli altri 20.000 m3 di detrito proveniente dal cappellaccio;
  2. si intende forse scaricare nel ravaneto i detriti da cappellaccio, in violazione del divieto esistente?

Tenuto conto che i detriti rappresenterebbero il 96% del materiale totale estratto, suona poi beffarda l’affer­mazione «gli scarti prodotti saranno pochi» (Piano gestione rifiuti, p. 3). Ancora una volta, dunque, viene da chiedersi se si tratti di imperdonabile sciatteria o di deliberato tentativo di sminuire l’impatto reale del traffico pesante. In entrambi i casi, è un ulteriore buon motivo per respingere il progetto.
 

5.2    Ravaneti: valore paesaggistico, da tutelare?

 
Nel capitolo “Recupero ambientale” della Relazione tecnica si dice:

«… nel caso di aree storicamente interessate dalla lavorazione, gli interventi proposti possono soltanto impedire l’aggravarsi di un contesto paesistico per certi versi già alterato. In questo senso certi “tratti” significativi dei più antichi siti estrattivi presenti sul territorio apuano, quali ampi fronti ( le “tecchie”) e imponenti ravaneti in parte riconquistati dalla vegetazione, si sono inseriti nel contesto geomorfologico a tal punto da divenirne parte integrante e impensabile risulterebbe un loro recupero. Lo scopo degli interventi di recupero proposti in questo caso mira a limitare l’ulteriore inaspri­mento della morfologia …».

Ci permettiamo di contestare tale argomentazione paesaggistica (evidentemente interessata e subdolamente estesa anche ai ravaneti recenti) che i ravaneti si siano talmente inseriti nel contesto geomorfologico da esserne divenuti parte integrante e, ancor di più, che il loro recupero sarebbe impensabile.

I ravaneti, infatti, sono indiscutibilmente elementi di degrado del territorio sia dal punto di vista del­­l’im­patto visivo, sia per gli inquinanti –marmettola e terre– in essi contenuti, per la loro instabilità e propen­sione a frane, nonché per l’eccessivo apporto di detriti agli alvei). La loro diffusione areale e persi­stenza temporale non può certo renderli elementi paesaggistici da mantenere, ma rappre­senta un’ag­gra­vante, un motivo in più per prevederne il recupero o la completa rimozione!

Se così non fosse, l’Italia sarebbe ricca di elementi “fortemente inseriti nel contesto geomorfologico”: aree industriali abbandonate e/o degradate, le discariche della “terra dei fuochi”, ecc. Dovremmo forse mantenerle o, magari, addirittura tutelarle?

Non per nulla, infatti, il PIT, riferendosi proprio al Bacino estrattivo Fondone-Cerignano (Scheda 6), inserisce i ravaneti tra le criticità e, tra gli obiettivi di qualità, inserisce la riqualificazione dei ravaneti che costituiscono elementi di degrado paesaggistico.
 

5.3    Recupero ambientale

 
La relazione tecnica prevede, per il recupero ambientale a fine coltivazione, l’allontanamento delle infrastrutture e l’impiego di 5.000 m3 di detrito medio fine (tout venant di cava), precedentemente accantonato, per il riempimento/rimodellamento dei vuoti e come substrato d’attecchimento della vegetazione spontanea.

Per quanto già detto in precedenza, è del tutto evidente che la lunga permanenza di materiali fini sulle superfici di cava determinerebbe l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee. In poche parole, il “recupero ambientale” rappresenterebbe un fattore persistente di inquinamento, sia prima che dopo la sua attuazione. Anche in questo caso, suona beffarda l’affermazione «vista la natura inerte dei materiali, non si prevedono effetti negativi né fenomeni d’inquinamento» (Piano gestione rifiuti, p. 8).

È pertanto preferibile rinunciare del tutto a questa fase del recupero ambientale che, semmai, dovrebbe prevedere la rimozione del ravaneto.
 

6.  Studio di impatto ambientale: tutela reale o comodo lasciapassare?

 
Per il SIA sono stati seguiti gli indirizzi applicativi delle Norme Tecniche di Attuazione della VIA in materia di attività estrattive proposti dal Parco delle Apuane.

Per l’identificazione degli impatti critici è stata presa come riferimento la procedura di verifica proposta dalle N.T.A. della Regione Toscana. In sintesi, si individuano gli impatti mediante una check list, tradotta poi in una matrice Componenti ambientali-Azioni; seguono la ponderazione delle componenti, delle azioni e degli impatti significativi e il risultato complessivo è rappresentato nella matrice di valutazione degli impatti critici.

Si tratta di una metodologia che, pur nella sua schematicità, consente una sufficiente individuazione degli impatti più critici. Va tuttavia osservato che, poiché gli impatti di ogni singola azione (escavazione, movimentazione, gestione detrito, trasporto, rifiuti, ripristino, ecc.) su ciascuna componente ambientale (aria, acqua, suolo, flora, fauna, ecc.) non derivano da misurazioni oggettive, ma sono frutto della valutazione del consulente incaricato, la metodologia si presta a valutazioni tendenziose.

Nel caso specifico del piano d’escavazione della cava Puntello Bore, il risultato finale è espresso nella seguente matrice di valutazione degli impatti critici (S.I.A., p. 147).
 

Tab. 5. Matrice di valutazione degli impatti critici (tratta dallo Studio di Impatto Ambientale)

 
Tenuto conto che, come riportato nella legenda (in alto a sinistra), gli “impatti critici” vanno da -9 a -18 (mentre gli “impatti insostenibili” vanno da -19 a -27), nel S.I.A. (p. 145) –coerentemente– questi risul­tati sono così commentati:

«Dall’esame della matrice non si evidenziano impatti insostenibili ma solo impatti critici (-9, -12, -18) relativi alla fase di esercizio…»

che, tradotto in soldoni, significa “l’impatto del piano di coltivazione è accettabile”.

A titolo d’esempio, per mostrare quanto queste conclusioni siano opinabili, ripetiamo noi la procedura per due sole delle 360 interazioni della matrice, cioè tra la componente ambientale “idrogeologia” e due azioni di progetto (“escavazione” e “ripristino ambientale”), adottando gli stessi pesi (cioè punteggi di importanza) utilizzati dal SIA:

peso della componente “idrogeologia”: 3 (importanza rilevante strategica, in area sensibile, non rinnovabile a breve termine)
peso dell’azione “escavazione”: 3 (importanza molto rilevante, potenzialmente molto impattante)
peso dell’azione “ripristino ambientale”: 2 (importanza rilevante, potenzialmente mediamente impattante)

 
A questo punto, moltiplicando i pesi ad ogni incrocio, si ottiene l’importanza di ogni specifica interazione Azione-Componente (9 per l’interazione escavazione-idrogeologia e 6 per quella ripristino-idrogeologia) (Tab. 6).
 

Tab. 6. Matrice di interazione Azioni/Componenti.
  azioni    à Escavazione Ripristino
â    componenti ambientali   3 2
Idrogeologia 3 3 · 3 = 9 3 · 2 = 6

 
Si noti che i valori più elevati identificano gli impatti potenziali più elevati, a prescindere dal segno (l’impatto, infatti, può essere positivo o negativo). La fase successiva, infatti, è la ponderazione degli impatti che stima l’effettiva interferenza dell’Azione sulla Componente ambientale (in base all’importanza e reversibilità dell’impatto e al suo segno: positivo o negativo), esprimendola in una scala che va da -3 (impatto negativo, molto rilevante) a -2 (negativo, rilevante), -1 (lieve), 0 (nullo), +1 (positivo).

Questa fase è la più critica poiché i valori attribuiti a ciascuna interazione effettiva tra Azione e Componente (frutto della valutazione personale del consulente) incidono in maniera determinante sulla risultante matrice di valutazione degli impatti critici. Pertanto nella Tab. 7 riportiamo i valori attribuiti nel SIA per le due interazioni Escavazione/Idrogeologia e Ripristino/Idrogeologia e riassumiamo le considerazioni che hanno condotto a tale valutazione, ponendole a confronto con le nostre –ben diverse– valutazioni.
 

Tab. 7. Impatto ponderato dell’effettiva interferenza tra Azioni/Componenti ambientali: confronto tra le valutazioni svolte nello Studio di Impatto Ambientale e quelle di Legambiente.
Interferenza
Azioni/
Componenti
Studio di Impatto Ambientale   Legambiente  
Considerazioni Valore Considerazioni Valore
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Escavazione/
Idrogeologia
Mettendo in atto tutte le previste procedure di prevenzione dell’inquinamento delle AMD, in con­si­derazione del fatto che le acque di lavorazione dovranno essere minuziosamente raccolte presso i siti di taglio, e soprattutto considerando che siano altamente improbabili fenomeni di dispersione di elementi inquinanti, si ritiene che gli impatti sull’acqua siano da ritenersi non significativi, anche tenendo conto del fatto che la cava disporrà dei necessari dispositivi (materiali oleoassorbenti) atti a limitare la dispersione accidentale di inquinanti.

Gli studi effettuati con i traccianti hanno, mettendo in escluso il collegamento idrogeologico con le sorgenti bersaglio del Frigido evidenza solo il possibile collegamento tra le acque superficiale che possono interessare l’area di cava.

Data la natura carsica dei marmi coltivati e la pos­sibile intercettazione di fratture con l’avanzare della coltivazione, si ritiene l’impatto Rilevante (-2).

 
 
 
 
 
-2
Si rimanda ai precedenti cap. 3 (Inquinamento acque) e 4 (Gestione rifiuti estrattivi): le modalità di coltiva­zione presentate configurerebbero l’in­quina­mento deliberato e persistente delle acque superficiali e sotterranee. Impatto molto rilevante (-3)
 
Nota: la considerazione qui a lato che escluso il collegamento idrogeologico con la sorgente del Frigido è palesemente tendenziosa, riduttiva e spudorata, oltreché contraddetta dalla stessa relazione “Moni­toraggio sorgente Frigido”.
 
 
 
 
 
-3
 
 
 
Ripristino/
Idrogeologia
I fattori di impatto sono dovuti alla produzione di polvere e rumore ma questo impatto si ritiene trascurabile per la limitata fase temporale, mentre nel complesso si considera un impatto Positivo su tutte le componenti ambientali considerate, per il miglioramento del­l’as­set­to geomorfologico, paesaggistico ed ambientale del­l’area  

+1

Per quanto detto al precedente paragrafo 5.3, (che richiama i cap. 3 e 4), il “recupero ambientale” rappresenterebbe un fattore persistente di inquinamento, sia prima che dopo la sua attuazione. Pertanto l’impatto è negativo (-2)  

-2

 
Poiché i valori della matrice di valutazione degli impatti critici si ricavano per semplice prodotto tra il valore dell’interazione azione/componente (numeri in blu nella Tab. 6) e i corrispondenti valori della stima dell’impatto effettivo (numeri in rosso nella Tab. 7), la costruzione della matrice degli impatti critici è molto semplice: la Tab. 8 mette a confronto i risultati dello Studio di Impatto Ambientale con quelli ricavati da Legambiente, limitatamente alle due interazioni considerate.
 

Tab. 8. Matrice di valutazione degli impatti critici per le due sole interazioni Escavazione/Idrogeologia e Ripristino/Idrogeologia: confronto tra i valori risultanti nello Studio di Impatto Ambientale e quelli risultanti a Legambiente (in base ai valori attribuiti nella Tab. 7).
â componenti ambientali         azioni  à Escavazione Ripristino

idrogeologia

(secondo lo Studio di Impatto Ambientale)

9 · (-2) = -18

(IMPATTO CRITICO)

6 · 1 = +6

(IMPATTO POSITIVO)

idrogeologia

(secondo Legambiente)

9 · (-3) = -27

(IMPATTO INSOSTENIBILE)

6 · (-2) = -12

(IMPATTO CRITICO)

 
Com’è evidente, le diverse considerazioni tra il consulente della cava e quello di Legambiente (riportate nella Tab. 7) fanno sì che l’impatto sull’idrogeologia indotto dall’escavazione passi da “critico” a “insostenibile” (da -18 a -27), mentre quello conseguente al ripristino ambientale passi addirittura da “positivo” a “critico” (da +6 a -12).

Estendendo la procedura a tutte le 15 Azioni e a tutte le 24 Componenti ambientali, è quasi inevitabile che, sui 360 valori della matrice, emergano parecchie altre differenze tra un consulente e l’altro. Non è nostra intenzione percorrere questa strada, ma solo mostrare le insidie insite nella metodologia, obiettiva negli intenti ma suscettibile di valutazioni tendenziose (o, semplicemente, diverse).

Il vero scopo di questo esempio, infatti, è richiamare l’attenzione sulla necessità di senso critico nell’esa­me della documentazione progettuale (apparentemente tecnica e obiettiva) e proporre un “principio guida” per non farsi abbindolare: come già visto per il piano di gestione delle acque meteoriche dilavanti e per quello dei rifiuti d’estrazione, poco importa che una data relazione abbia seguito pedissequamente le specifiche procedure ufficiali.

Nessuna procedura, infatti, può eludere il principio di fondo da cui discende tutta la normativa ambientale: le modalità di escavazione devono comunque garantire la tutela delle componenti ambientali (acqua, aria, suolo, rumore, vegetazione, ecc.). Se una relazione tecnica non garantisce questa tutela, è sbagliata o, comunque, insufficiente!
 

7.  Conclusioni

 
Da qualunque punto di vista si esamini, il piano presentato è inammissibile:

  1. avrebbe dovuto essere respinto in fase istruttoria per il mancato rispetto dei requisiti fondamen­tali (violazione del PRAER e del PIT);
  2. viola o aggira praticamente tutta la normativa in materia di cave e di ambiente;
  3. pianifica l’inquinamento intenzionale delle acque superficiali e sotterranee;
  4. è indecoroso dal punto di vista tecnico e largamente tendenzioso in numerose afferma­zioni;
  5. per le quantità di detriti prodotti (96%) è semplicemente scandaloso.

 
È pertanto doveroso respingerlo senza concedere alcuna facoltà di ripresentarlo.

È infine opportuno un richiamo formale ai consulenti, affinché si attengano all’etica professionale, preavvisandoli che saranno respinte relazioni approssimative, inattendibili, o tendenziose.

Come osservato, la vicenda della cava Puntello Bore solleva l’in­quietante interro­gativo che il Parco e altri enti adottino abitualmente la prassi di non considerare la violazione delle leggi un motivo ostativo al­l’acco­gli­mento delle richieste d’autorizzazione. Si coglie pertanto l’occasione per suggerire agli enti di respingere direttamente nella fase dell’istruttoria preliminare i piani d’escavazio­ne che risultano inammissibili, evitan­do di gravare inutilmente di lavoro i propri uffici e quelli degli enti coinvolti nell’espressione dei pareri.

Legambiente Massa-Montignoso
 


APPENDICE

Quantitativi escavati: un caos indecoroso

 

1° mistero

A pagina 11 della Relazione tecnica si dice che, poiché il volume precedentemente autorizzato era 15.000 m3, il PIT permette oggi di autorizzare il 30% di tale volume, «che risulta pari a 500 m3»: si tratta eviden­temente solo di una svista, essendo ovvio che, anziché 500, si intendesse scrivere 5.000 m3.

Tuttavia, appena poche righe dopo (pag. 12), si riporta la seguente tabella relativa alle «volumetrie estraibili nelle diverse fasi», che pone nuovi enigmi:
 

N° Fase mc Escavati Durata (anni)
1 5000 2
     
Totale 50000 2

 

  1. se si è appena detto che il piano di coltivazione prevede «una prima e unica fase», perché la tabella si riferisce a «diverse fasi»?
  2. se si chiede di escavare 5.000 m3 in 2 anni, come può il totale (della prima e unica fase) essere 50.000 m3 (negli stessi 2 anni)?
  3. Il valore riportato per il totale è “solo” un nuovo errore (si intendeva cioè scrivere 5.000 anziché 50.000) o si riferisce a nuove fasi di escavazione di cui si intende in futuro chiedere una nuova autorizzazione? In quest’ultimo caso, non sarebbe stato doveroso esplicitarlo?
  4. Oppure i volumi riportati si riferiscono a materiali diversi, cioè a 50.000 m3 di materiale estratto totale, di cui 5.000 m3 sono costituiti da blocchi? Non sarebbe doveroso, per ogni volume, precisare a quale tipo di materiale si intende riferirsi?

 
Nello spazio di poche righe, insomma, si riportano con noncuranza 500, 5.000 e 50.000 m3 (senza peraltro indicare il tipo di materiale) lasciando il lettore ad arrovellarsi per comprendere se si tratta di errori materiali o se ci si intende riferire a volumi di materiali diversi, o da estrarre in tempi futuri (non pertinenti alla domanda di autorizzazione attuale).
 

2° mistero

 
Le righe sottostanti la tabella, di seguito riportate, sebbene presumibilmente finalizzate a meglio detta­gliare i quantitativi delle diverse tipologie di materiali estratti, aggiungono mistero all’enigma.

«Alla luce di quanto sopra, si è ritenuto opportuno chiedere un’autorizzazione pari ad anni 2. Per il sito estrattivo denominato “Puntello Bore” considerando una resa attesa del 20 %- [ndr: frase incompleta].
Valutando che 20.000 mc ca. sono di cappellaccio si attendono i piani di bacino per poter coltivare la cava con un piano di coltivazione armonico quindi [ndr: “quindi” nel senso di poi, cioè a piani di bacino estrattivo approvati e col futuro piano di coltivazione? Cioè i dati di produzione riportati riguardano l’at­tua­le piano di coltivazione o un eventuale piano futuro?] di produrre complessivamente tra le 37.000 e le 45.000 t di marmo delle diverse qualità in forma di blocchi, informi e seminformi. Il detrito in scaglie derivante dalla produzione suddetta, in relazione alla resa attesa del 20 % suddiviso tra, seminformi e informi, è stimabile in circa 10800 ton tot. La produzione di blocchi in 2700 ton.»

 
In qualunque modo si interpretino i dati, infatti, c’è sempre qualcosa che non torna. Se per una “resa attesa del 20%” si intende una resa in blocchi rispetto al totale del materiale estratto, le 2.700 t di blocchi (pari a 1.000 m3), sono effettivamente il 20% di 5.000 m3. Tuttavia:
 

  1. come può essere 5.000 m3 il totale del materiale estratto se il solo volume del cappellaccio è di 20.000 m3 (pari a circa 54.000 t)?
  2. Se ne deve dedurre che il volume del cappellaccio non è stato considerato nel calcolo del volume totale?
  3. Se, invece, il cappellaccio è stato considerato, allora rappresenterebbe l’80% del materiale totale estratto (25.000 m3) e la resa in blocchi sarebbe il 20% del restante 20% (totale estratto meno cappellaccio), cioè pari al 4% del totale estratto. Trattandosi un “dettaglio” certamente non trascurabile, non sarebbe stato doveroso esplicitarlo?

 

3° mistero

 
Un valore di 54.500 t, dunque molto prossimo alle 54.000 t di cappellaccio dichiarate, si ottiene sommando alle 41.000 t in forma di blocchi, informi e seminformi (media tra le 37.000 e le 45.000 t) le 10.800 t di scaglie e le 2.700 t di blocchi. Ma allora:

 

  1. i blocchi sono stati contati due volte (da soli e insieme agli informi e seminformi)?
  2. È possibile che tecnici del mestiere intendano per cappellaccio il quantitativo totale di materiale estratto, anziché lo strato superficiale deteriorato costituito da terre e detriti?
  3. Nonostante l’imponente volume di cappellaccio, non vengono prodotte terre? Sono state dimenticate?

 
Anche nel caso che, invece, il materiale totale estratto fosse 25.000 m3 (cioè i 5.000 dell’escavazione vera e propria, più i 20.000 m3 del cappellaccio propriamente detto), corrispondenti a 67.500 t, i conti non tornerebbero. Infatti, anche computando due volte i blocchi, per raggiungere il totale mancherebbero comunque 13.000 t di materiali non specificati (che denominiamo “materiali fantasma” nella Tab. 1).
 

Tab. 1. Tipologie, e quantità (ton) di materiali estratti desumibili dalla Relazione tecnica progettuale (dati in carattere nero). In rosso (materiali fantasma) sono indicate le quantità mancanti per raggiungere il totale.
  Blocchi Scaglie Blocchi + informi + seminformi Materiali “fantasma” Totale escavato
ton 2.700 10.800 41.000 (*) 13.000 67.500
% 4 16 60,7 19,3 100
(*): media dei valori minimo (37.000 t) e massimo (45.000 t) riportati nella relazione tecnica.

 
Resta inoltre il mistero dei 50.000 m3 escavati totali dichiarati nella tabella, corrispondenti a 135.000 t; in questo caso i materiali “fantasma” salirebbero alle stelle.
 

4° mistero

 
A rendere ancor più confusa la materia, il Piano di gestione dei rifiuti estrattivi fornisce dati diversi dalla Relazione tecnica, stavolta omettendo le quantità ed esprimendoli solo come “% del totale estratto”. Il confronto tra i quantitativi desumibili dal piano di gestione dei rifiuti e quelli desumibili dalla relazione tecnica è mostrato nelle Tab. 2 e 3. Senza commentarli nel dettaglio, si fa notare che tra i dati delle due relazioni esistono vistose differenze.
 

Tab. 2. Tipologie, percentuali e quantità (ton) di materiali estratti desumibili dal Piano di gestione dei rifiuti estrattivi, nelle due ipotesi che il totale estratto sia pari a 54.000 t o a 135.000 t. Nota: l’unico dato dichiarato sono le %; le ton sono ricavate per calcolo.
  Totale escavato Blocchi Informi Blocchi + informi + seminformi Scaglie Limi + terre
% 100 20 45 33 2
Ipotesi totale estratto = 20.000 m3 (= 54.000 t):
ton 54.000 10.800 24.300 17.820 1.080
Ipotesi totale estratto = 50.000 m3 (= 135.000 t):
ton 135.000 27.000 60.750 44.550 2.700

 

Tab. 3. Tipologie, percentuali e quantità (ton) di materiali estratti desumibili dalla Relazione tecnica progettuale, nelle due ipotesi che il totale estratto sia pari a 54.000 t o a 135.000 t. Nota: i dati espressamente dichiarati sono i m3 totali e le tonnellate delle singole tipologie di materiali escavati; gli altri dati sono stati ricavati per calcolo.
  Totale escavato Blocchi Informi Blocchi + informi + seminformi Scaglie Materiali “fantasma”
Ipotesi totale estratto = 20.000 m3 (= 54.000 t):
ton 54.000 2.700 da 37.000
a  45.000
10.800 0
%   5 da 68,5
a  83,3
20 0
Ipotesi totale estratto = 50.000 m3 (= 135.000 t):
ton 135.000 2.700 da 37.000
a  45.000
10.800 80.500
%   2   da 27,4
a  33,3
8 59,6

 
Come si vede, i dati sono esposti in maniera estremamente confusa, senza dichiarare espressamente (possibilmente in una tabella ben ordinata) i quantitativi escavati (in t e in m3) suddivisi per tipologia (blocchi, informi seminformi, scaglie, terre). Un’esposizione così confusa, in cui non sono chiari né il volume totale escavato, né le sue frazioni, dovrebbe essere già di per sé motivo sufficiente a respingere la richiesta d’autorizzazione.
 



Per saperne di più:

 Puntello Bore, sintetico contraddittorio: contributo di Italia Nostra (5/2/2018)

 Puntello Bore, sintetico contraddittorio: contributo del GrIG (5/2/2018)

 Puntello Bore, sintetico contraddittorio: contributo del CAI (impatto acustico) (5/2/2018)

Esplosivo dossier sulle cave apuane: le osservazioni di Legambiente  (18/11/2014) (contiene anche le osservazioni allora presentate al piano di coltivazione della cava Puntello Bore)

Audizione alla commissione marmo: le proposte di Legambiente  (20/11/2017)

Cave Bettogli-Calocara: non si rilascino autorizzazioni illegittime  (10/2/2017)

Gestire in sinergia cave, ambiente e rischio alluvionale (2° contributo alla VAS dei piani attuativi estrattivi)  (24/9/2016)

Piani attuativi dei bacini estrattivi: una proposta di buonsenso (quindi rivoluzionaria)  (10/8/2016)

Marmettola: dalle cave alle sorgenti  (VIDEO 9 min. 24/7/2016)

Cave: l’Ordine richiami i geologi all’etica professionale  (28/4/2016)

La Regione protegga le sorgenti dalle cave di marmo (27/3/2014)

Cosa (non) si fa per la protezione delle sorgenti? (16/1/2010)

Nubifragio: sorgenti torbide per lo smaltimento abusivo delle terre (11/7/2009)

Come le cave inquinano le sorgenti (conferenza, illustrata) (17/3/2006)

Inquinamento delle sorgenti. Mancano i filtri? No, manca la prevenzione! (4/12/2005)

Frigido: vent’anni di indagini chimiche, biologiche ed ecologiche  (Arpat, 2003)

Impatto ambientale dell’industria lapidea apuana (1991)

Impatto della marmettola sui corsi d’acqua apuani  (volume 1983)

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