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Cava Faggeta: la riattivazione sarebbe illegittima

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Parco Regionale Alpi Apuane

Comune di Carrara:
–      Sindaco
–      Assessore Ambiente
–      Assessore Marmo
–      Dirigente Ambiente e Marmo
–      Assessore Pianificazione e Urbanistica
–      Resp. OO.PP., Urbanistica

Regione Toscana
Direzione Difesa suolo e Protezione civile
–   Sett. Autorizzazioni ambientali

Sopr. Archeologica, Belle Arti e Paesaggio LU e MS

ARPAT di Lucca e Massa Carrara

Provincia di Massa Carrara

Azienda USL Toscana Nord Ovest

 

Oggetto:     Osservazioni al piano di coltivazione della cava 11-Faggeta (LAV srl)
 

1.     Non vanificare in partenza i piani attuativi di bacino estrattivo

 

Il piano prevede la riattivazione della cava Faggeta, dismessa alla fine degli anni ’80. Nelle more della redazione del piano attuativo di bacino estrattivo (PABE), prevede l’estrazione di 23.500 m3 (pari al 30% di quanto autorizzato nella precedente autorizzazione) mediante la coltivazione in sotterraneo e lavorazioni complementari all’aperto (realizzazione di piazzali, area servizi, taglio blocchi, deposito detriti, ecc.).

Va premesso che –sebbene l’art. 113, comma 1 della L.R. 65/2014 “Norme per il governo del territorio” stabilisca che, in assenza del PABE, non sono ammesse né l’apertura di nuove cave né la riattivazione di cave dismesse– il PIT (All. 5, comma 10) consente, fino all’approvazione dei PABE, la riattivazione di cave dismesse.

Questa previsione, concepita per non “ingessare” completamente l’attività estrattiva nei tempi, prevedibilmente lunghi, dell’approvazione dei PABE, si sta rivelando un cavallo di Troia utilizzato oggi per una vera e propria corsa alla riattivazione delle cave dismesse, al fine di accaparrarsi “diritti acquisiti”, neutralizzando così in anticipo possibili divieti, vincoli e prescrizioni dei futuri PABE.

Basti pensare all’introduzione di alcuni requisiti che dei PABE autentici, cioè non asserviti agli interessi dell’escava­zione, dovrebbero quantomeno prendere in considerazione: eliminare dalle aree estrattive le cave che producono quantità eccessive di detriti, esigere dalle cave in sotterraneo una resa in blocchi superiore a quella delle cave all’aperto, condizionare l’autorizzazione alla rimozione o al recupero idrogeologico e paesaggistico dei ravaneti esistenti, ripristinare gli alvei sepolti da detriti, vietare l’impiego di terre e marmettola nella realizzazione delle vie d’arroc­camento e delle rampe di cava, ecc.

Proprio in considerazione del fatto che la corsa alla riattivazione delle cave dismesse è un vero attentato alla corretta pianificazione, abbiamo avanzato sul piano politico la richiesta della loro moratoria (19/3/18: Cava Faggeta: serve una moratoria sulla riattivazione delle cave dismesse). In questa sede, invece, ci si limita a osservazioni di carattere tecnico.

 

2.     Piano non autorizzabile, per inquinamento delle acque

 

Anziché dilungarci in una sequela di osservazioni puntuali alle singole relazioni del piano di coltivazione, concentriamo l’attenzione sul problema di fondo: le modalità di lavorazione previste dal piano produrrebbero sicuramente l’inquinamento da solidi sospesi delle acque superficiali e sotterranee.

L’eventuale rilascio dell’autorizzazione configurerebbe pertanto un illecito, di cui dovrebbero essere chiamati a rispondere i funzionari (personalmente) e gli enti (politicamente).

 

2.1         Elevata vulnerabilità all’inquinamento
 

La Relazione geologica, seppur con alcune reticenze, riporta varie argomentazioni che testimoniano l’elevata vulnerabilità dell’acqui­fero all’inquinamento (peraltro caratteristica ben nota dei sistemi carsici):

  • in netto contrasto con i livelli di piovosità molto accentuati, è l’assenza di sorgenti e di linee d’acqua perenni nell’area circostante la cava; ciò e dovuto alla buona fessurazione dei litotipi affioranti che drena la acque superficiali, convogliandole in profondità ad alimentare la rete idrica sotterranea. Le sorgenti si individuano laddove il litotipo calcareo carsico incontra una litologia poco permeabile che causa la risalita in superficie della falda idrica profonda;
  • dal punto di vista idrogeologico i marmi presentano un doppio sistema di fratture associate a carsismo: uno costituito da microfessurazioni diffuse, con deflusso lento, che mantiene un minimo vitale nella falda e assicura la perennità delle sorgenti, e l’altro, più superficiale e costituito da macrofessurazioni, che assicura una risposta molto rapida e si riflette sulle portate del Carrione e dei suoi affluenti. Quest’ultimo sistema è alimentato anche dai ravaneti;
  • la capacità assorbente dei marmi si aggira attorno al 40% delle precipitazioni, mentre i ravaneti hanno un coefficiente di assorbimento di gran lunga superiore (per l’elevata porosità); le acque penetrate nei ravaneti vengono poi assorbite dai marmi sottostanti, prolungandone notevolmente i tempi di assorbimento e accrescendo, pertanto, il rimpinguamento dell’acqui­fe­ro (ndr: e l’inquinamento, se le acque sono inquinate). La bassa durezza delle acque sorgive depone per una circolazione piuttosto veloce, entro fratture beanti, non accompagnata dalla dissoluzione dei marmi;
  • dalla Carta dell’Idrologia e del Corpo Idrico Sotterraneo Significativo delle Alpi Apuane si desume che l’area di cava ricade in una zona di elevata permeabilità per fratturazione e carsismo e alimenta le sorgenti del sistema Carbonera-Tana dei Tufi;
  • la relazione geologica cita poi lo studio Baldi (2003-2004) sulle interconnessioni idrogeologiche per monitorare le sorgenti del bacino di Torano (Carbonera, Pizzutello e Tana dei Tufi) e del gruppo di Miseglia (Canalie o Cinque Fontane); le prove più prossime alla cava Faggeta sono quelle della cava Pratazzolo A che «hanno indicato connessione» (sebbene la relazione non espliciti con quale/i sorgente/i);
  • al proposito, ci permettiamo di precisare che indagini precedenti con traccianti hanno dimostrato anche altre connessioni idrauliche tra le cave del bacino Pescina-Boccanaglia e le sorgenti del gruppo di Torano: tra le cave Pratazzolo e Calacata e la sorgente Carbonera; tra le cave Ruggetta B e Crestola C e la sorgente Pizzutello; tra la cava Piastriccioni C e le sorgenti Carbonera e Pizzutello.

Di fronte alla sovrabbondanza di prove del rischio di inquinamento delle sorgenti legato alla riat­tivazione della cava Faggeta, non può che essere considerata riduttiva e tendenziosa la considerazione conclusiva della relazione geologica (pag. 75): «È lecito quindi affermare, come da studio brevemente accennato, che la connessione POSSA esistere ma che non è significativa a fronte delle misure di trattamento acque e rifiuti che la ditta ha in programma di mettere in opera».

Nel prossimo paragrafo si contesta radicalmente quest’ultima affermazione, mostrando come, in realtà, il piano di coltivazione sia fondato sul presupposto che l’intorbidamento delle acque da terre e marmettola non sia da considerare inquinamento e, pertanto, non adotti misure adeguate ad evitarlo. Si esamineranno pertanto le misure previste, mostrandone le contraddizioni e le inadeguatezze.

 

2.2         Inquinamento acque: piena consapevolezza, ma misure inadeguate

Da una parte, la ditta mostra consapevolezza del rischio di inquinamento delle acque e prevede accorgimenti per contrastarlo. Infatti:

  • poiché «le acque di precipitazione si insinuano quindi nelle fratture in modo diretto, ma anche» in modo indiretto «attraverso i ravaneti che drenano le acque superficiali», si chiarisce che «le lavorazioni sono svolte raccogliendo tutto il materiale fine al fine di ridurre al minimo le contaminazioni nel sistema di fratturazione profondo»;
  • per tutte le operazioni di taglio, sia in galleria che a cielo aperto, sarà adottata la lavorazione a secco. In tal modo, l’assenza di acque di lavorazione ridurrà all’origine il rischio della loro infiltrazione nelle fratture del substrato; per i tagli in sotterraneo, pertanto, il rischio sarà limitato alle sole acque che percolano dal tetto della galleria;
  • per le lavorazioni all’esterno (taglio al monte e riquadratura blocchi), si prevede l’utilizzo di «moderni aspiratori che riescono ad aspirare tutta la polvere e incanalarla verso i sacchi di raccolta». Nonostante tale accorgimento, «è ovvio che» … «si potrà avere accumulo temporaneo di sfrido di taglio che», comunque, «sarà recuperato giornalmente nei periodi più umidi o ad intervalli più ampi nei periodi più asciutti, quando non vi è pericolo di pioggia e conseguente trascinamento a valle».

 
Desta pertanto sconcerto constatare che queste dichiarazioni di intenti sono poi clamorosamente contraddette dalle modalità operative che –prevedendo l’esposizione al dilavamento meteorico di grandi quantità di detriti– comportano inevitabilmente l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee.

Merita perciò esaminare, facendo riferimento alla Fig. 1 per l’individuazione delle aree citate, le operazioni riguardanti la gestione del detrito e delle acque meteoriche, sintetizzate nella Tab. 1.

 

Fig. 1. Planimetria delle aree di lavoro. Sono indicate: la galleria di progetto; il bastione in blocchi (h 8 m) per sostenere il riempimento con detriti finalizzato a raggiungere la quota necessaria ad aprire la galleria inferiore; le aree D1 e D2 di deposito “temporaneo” dei detriti (ma permanentemente occupate da essi). Si noti che la raccolta e il trattamento delle acque meteoriche di prima pioggia (AMPP) sono previsti solo per la minuscola area servizi (90 m2, in verde), mentre per legge dovrebbero essere estesi a tutta l’area perimetrata in blu punteggiato (alcune migliaia di m2). Fonte: Tav. 9 + All. 1 di progetto, modificate con l’aggiunta delle legenda interne, frecce e aree colorate.

 

Tab. 1. Osservazioni critiche ad alcune previsioni del piano di coltivazione che comportano l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee (con particolare riferimento alla gestione del detrito e delle acque meteoriche dilavanti).
Previsioni del piano di coltivazione Osservazioni Legambiente
1.         Gli scarti di lavorazione (47587 t, pari a 17625 m3 in banco e a 24675 m3 in mucchio) sono in parte utilizzati direttamente in cava (costruzione di rampe, realizzazione di letti di detriti, rimonte di lavorazione, ecc.).

Tutto il detrito delle lavorazioni iniziali sarà accan­tonato nel cantiere infe­riore per i riempimenti necessari al raggiun­gimento della quota 490 m (realizzando un’ampia piazza: area D2, spessore 8 m, volume 5000 m3) consentendo così i tagli propedeutici all’apertura della seconda uscita del cantiere sotter­raneo.

Il volume di detrito è un volume tecnico che sarà asportato non appena si procederà con gli sbassi e la rampa verrà via via abbassata di quota.

A.           L’esposizione dei detriti in grandi quantità (riem­pimenti per il piazzale D2, rampe, ecc.) alle acque me­teoriche comporta la loro infiltrazione negli ammassi detritici e il dilavamento dei mate­riali fini (terre e marmettola). Queste acque torbide, raggiunto il contatto col substrato roccioso seguono due possibili destini:

–  infiltrazione nelle fratture carsiche del substrato, con con­se­guente inquinamento dell’acquifero e delle sorgenti;

–  riemergenza al piede dell’ammasso detritico e scor­rimento superficiale lungo i versanti, con inquinamento dei corsi d’acqua (oltre alla possibilità di inquinamento delle acque sotterranee nel caso che, lungo il loro percorso, siano intercettate da fratture del substrato).

Per evitare il dilavamento meteorico, i riempimenti do­vrebbero essere effettuati solo con detriti gros­solani, preventivamente lavati in un impianto dotato di filtropressa (o altro tratta­mento di analoga effi­cacia) che rimuova tutti i materiali fini.

2.         Il detrito in eccesso o non più necessario sarà poi trasferito nelle aree di accumulo temporaneo D1 e D2 (variabili secondo necessità) per non recare intralcio alle lavorazioni; qui sarà ridotto di pezzatura mediante martel­lone, suddiviso nelle classi merceologiche e granulometriche, caricato su camion e trasferito a valle per essere commercializzato come materia prima per usi industriali. B.           Come in A, con l’aggravante che la frantu­mazione con martellone, la vagliatura, la movimentazione e il ripetuto transito dei mezzi meccanici, smi­nuzzando i detriti, produ­cono ulteriori quantità di materiali fini.
3.         Dati gli spazi limitati, gli accumuli nelle aree D1 e D2 potranno avere una cubatura massima di 1500 m3, tali da consentire alle ditte acquirenti di concentrare l’asportazione dei detriti in qualche giornata (ad es. in 10 giorni con circa 5-6 viaggi il giorno). C.           Poco importa quale sia la cubatura degli accumuli. L’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, infat­ti, è legato soprattutto all’espo­sizione permanente dei detriti al dilavamento meteorico (oltreché all’intensità delle pre­cipitazioni).
4.         In tali aree saranno realizzate cordolature in blocchi (in verde nella figura 1) necessarie sia a contenere il dilavamento del materiale più fine (che in ogni caso sarà indirizzato nei bacini di calma (in azzurro) che a trattenere al piede la scarpata. D.         Le cordolature possono contenere lo scor­rimento superficiale, ma sono totalmente inefficaci a evitare l’in­fil­tra­zione nelle fratture carsiche. Inoltre, come argo­mentato ai punti N e O, i bacini di calma, essendo dimen­sionati per le sole acque di prima pioggia, riducono solo parzialmente l’inquina­mento delle acque superficiali e sotterranee.
5.         Tutto il materiale detritico via via prodot­to viene dunque trasferito a valle e commercializzato. L’accumulo temporaneo è semplicemente funzio­nale al coordinamento con la produzione dello stesso. E.         Come detto in C, l’asportazione totale del detrito prodotto non evita la sua permanente esposizione al dilavamento meteorico.
6.         Gli accumuli temporanei di sfrido di taglio (mar­mettola) sui piazzali saranno recuperati (con attrezzature manuali e eventuale ausilio di bobcat) giornalmente nei periodi più umidi o ad intervalli più ampi nei periodi più asciutti, quando non vi è pericolo di pioggia e conseguente trascinamento a valle.

Lo sfrido della tagliatrice a catena da riquadratura (terna) potrà essere trasportato a valle insieme ai detriti fini (terre e tout venant) o accantonato in cassoni per altre destinazioni (ad es. per la realizzazione di mattoni pieni). Qualora non risultasse possibile destinare ad utilizzo parte dello sfrido, questo potrà essere accumulato in apposito cassone scar­rabile per essere successivamente destinato a recupero come rifiuto con codice CER 010413.

F.         Le attrezzature manuali e il bobcat permettono solo una pulizia grossolana dei piaz­zali. Quest’ultima dovrebbe essere seguita da una pulizia radicale con macchinari dotati di spazzole rotanti-aspiranti.

Lo sfrido e gli altri materiali fini dovrebbero essere protetti dal dilavamento, stoccandoli al coperto o in contenitori a tenuta stagna.

7.         Poiché gli scarti d’estrazione sono impiegati in cava o, quando in eccesso, sono commercializzati e considerato che i materiali detritici di cui si intende disfarsi (parte dello sfrido eventualmente in eccesso) sono avviati a rifiuto, ai sensi dell’art. 183, comma 1, lettera b) del D.Lgs. 152/2006, nei modi e nei tempi di legge, il piano di gestione del detrito è redatto (solo) per la parte del detrito che non sarà ceduto, ma stoccato in cava per il ripristino ambien­tale dell’area. G.         Non ci sprechiamo a contestare l’argomen­tazione mirante a escludere dal piano di gestione dei rifiuti estrattivi (D.Lgs. 117/2008) tutti i materiali commercializzati o smaltiti come rifiuti, limi­tandolo al solo detrito stoccato per il ripri­stino finale.

Indipendentemente da tale piano, infatti, la gestione dei detriti deve comunque evitare il dilavamento e l’inqui­na­mento delle acque.

8.         Recupero ambientale

Parte del detrito delle ultime operazioni di cava (circa 2000 m3) sarà poi destinato al prescritto recupero ambientale della cava. Il piano, infatti, come previsto al comma 2 lettera a punto 3 dell’art. 5 del D.Lgs. 117/2008 che prevede «la possibilità di ricollocare i rifiuti di estrazione nei vuoti e volumetrie prodotti dall’attività estrattiva … se l’operazione è fattibile dal punto di vista tecnico e economico e non presenta rischi per l’ambiente, conformemente alle norme ambientali».

H.         Come previsto dal D.Lgs. citato, l’utilizzo di detriti per il ripristino finale è fattibile «se non presenta rischi per l’ambiente», quindi non in questo caso poiché il materiale di riempi­mento contiene frazioni fini che, dilavate, inquinano le acque superficiali e sotterranee.
9.         Il ricoprimento dei piazzali di cava per il recu­pero ambientale sarà effettuato con materiale detritico assolu­ta­mente grossolano, quindi l’acqua superficiale ivi insistente filtrerà naturalmente attraverso lo stesso previa, per quanto possibile, laminazione superficiale. Al riempimento sarà data una leg­gera pendenza verso monte per limitare il ruscellamento.

Durante il rimodellamento del materiale detritico vi è il rischio che le acque possano far defluire a valle even­tuali materiali fini presenti nel piazzale; si avrà per­tan­to cura di delimitare tutta l’area di cava destinata al ripristino con un dosso di materiale grossolano al fine di trattenere al suo interno tutte le acque e impedire così a prescindere che eventuali materiali fini presenti nel piazzale possano essere trascinati al di fuori dell’area.

Contestualmente si realizzerà un sistema di regimazione superficiale delle acque in maniera tale da proce­dere via via con i riempimenti avendo le porzioni a monte già inerbite e con il sistema di regimazione funzionante. Questo sarà realizzato con un sistema di canalette volte proprio a impedire il trascinamento su­perficiale del materiale più fine ivi depositato e neces­sario all’inerbimento spontaneo dell’area.

I.         Tutto il progetto di ripristino finale è il frutto di una duplice ipocrisia:

–  da una parte si dice che sarà utilizzato materiale detritico assolutamente grossolano, mentre più avanti si prevede il sistema di canalette per osta­colare il trascinamento del materiale più fine ivi depositato e necessario all’inerbimen­to. Per quanto già osservato fin dal punto A, anche il ripristino comporterà l’inquinamento delle acque su­perficiali e sotterranee (sia in fase d’esecuzione, sia suc­cessivamente);

–  dall’altra parte, è evidente che il ripristino finale è riportato solo per rispetto formale di legge, ma non sarà mai effet­tuato visto che, come affermato al punto 10, si inten­de proseguire l’attività estrattiva ancora per molti anni.

 

10.       L’area della cava possiede una vocazione estrattiva storica attuale e futura. Il progetto in esame non esaurisce il giacimento; la coltivazione in sotterraneo comporta ampia possibilità di coltivazione per molto tempo ancora. L’intervento di ripristino è dunque finalizzato alla messa in sicurezza dei luoghi che, comunque, debbono essere resi fruibili a future coltivazioni o utilizzi del sito di cava per lavorazioni del materiale lapideo.

Pur ritenendo che questo piano di coltivazione sia una fase propedeutica a futuri ulteriori sviluppi del sot­terraneo, a fine lavori previsti in questa fase sarà rimosso tutto il volume tecnico di detrito creato per la realizzazione del piazzale inferiore (area D2).

L.         Come prevedibile, la vera finalità dell’attua­le piano di coltivazione è quella di accaparrarsi l’autorizza­zione prima dell’approvazione del piano attuativo di bacino estrattivo, poiché quest’ultimo potrebbe prevedere vincoli ben più severi per le future riattivazioni delle cave dismesse.
11.        Gestione acque meteoriche dilavanti (AMD)

Poiché i tagli saranno a secco, dovranno essere gestite unicamente le AMD e le acque di percolamento del sotterraneo.

Bisogna distinguere tra le AMD insistenti nel­l’area di cava e quelle dell’area impianti. Le AMD provenienti dall’area di cava non possono essere che acque costituite da materiali già presenti sui piazzali di cava, quindi prive di idrocarburi (salvo perdite accidentali, trattate con materiali oleoassorbenti).

Le AMD provenienti dalle aree impianti –nelle quali saltua­riamente può avvenire la manutenzione dei mezzi– possono invece essere meno pure; pertanto saranno contenute all’in­terno dell’area stessa e soggette a specifico trattamento.

M.        Queste considerazioni rivelano la convinzione di fondo che ispira la gestione delle acque meteoriche di dila­vamento (nonché quella dei rifiuti estrattivi).

Vengono cioè considerate inquinanti (e perciò sog­gette a specifico trattamento) solo le acque poten­zialmente contami­nate da idrocarburi, mentre mar­mettola e terre non sono considerate inquinanti.

Questa convinzione fornisce la chiave interpretativa di diverse proposte progettuali, altrimenti inspiegabili. Si tratta tuttavia di una convinzione errata: i solidi sospesi nelle acque sono infatti inquinanti a pieno titolo e tali considerati sia dal D.Lgs. 152/ 2006 sia dal D.Lgs. 117/2008.

12.       Le acque meteoriche di prima pioggia (AMPP) del­l’area impianti saranno confinate me­diante cordoli di conte­nimento e, grazie a opportune pen­denze, confluiranno in una piccola vasca di 1 m3 (sufficiente a contenerle). L’area dovrà essere imper­meabilizzata sigillando le fratture (se realiz­zata su masso) o con materiale stabi­lizzato compattato (se su detrito).

La vasca sarà collegata in continuo con una pompa a un disoleatore di capacità sufficiente (2 m3) a contenere le AMPP di svariate giornate; sarà inoltre dotata di galleggiante in modo da far defluire verso l’esterno le acque successive a quelle di prima pioggia, che non debbono essere trattate.

N.         Potendo contenere idrocarburi, le AMPP del­l’area impianti sono raccolte in una vasca impermeabilizzata e sottoposte a sedimentazione e a disoleatura.

Le acque di seconda pioggia (quelle successive ai primi 5 mm di precipitazioni) sono invece fatte defluire lungo il versante, pur contenendo solidi sospesi (considerati non inquinanti dai progettisti). In tal modo, con i meccanismi indicati al punto A, intorbidano i corsi d’acqua e le sorgenti.

Va inoltre evidenziato che i progettisti hanno inter­pretato l’obbligo di trattare le acque di prima pioggia come obbligo a trattare SOLO queste, mentre la legge impone comunque di evitare l’inquinamento delle acque; quindi, nel caso specifico, dovrebbero esse­re raccolte e trattate anche quelle di seconda pioggia, in quanto anch’esse torbide.

13.       Tutte le AMPP del piazza­le di cava, as­sie­me a quelle di percolamento del sotterraneo, saranno indirizzate verso un bacino di calma realizzato su ravaneto o mediante scavo di tassello in roccia (in azzurro in fig. 1), nel quale subiranno la decantazione a seguito di ampia laminazione sui piazzali di cava. Lo scopo è quello di convogliare le acque in un sistema che consenta di laminare il flusso e far calare così drasticamente il trasporto solido del materiale pre­sente sui piazzali non attivi.

I due bacini avranno dimensioni tali da essere ripuliti semplicemente con pala meccanica e saranno gene­ricamente realizzati mediante avvallamento su ravaneto atto a farvi confluire tali acque che non necessitano di alcun trattamento (salvo la decantazione). Non si ritiene perciò necessario impermeabilizzarli, tant’è che tali acque, in caso di eccesso, potranno defluire verso l’esterno.

O.         Le AMPP del piazzale di cava e delle aree D1 e D2 di deposito dei detriti sono erroneamente consi­derate non inquinanti e, pertanto, sono raccolte in due bacini di calma non impermeabilizzati o, addi­rittura, sca­vati su ravaneto. Come indicato al punto A, ciò comporta l’inquinamento certo delle acque super­ficiali o di quelle sotterranee (o di en­trambe). Anche in questo caso, le acque meteoriche ecceden­ti quelle di prima pioggia defluiscono all’ester­no.

Merita osservare che, in base alla convinzione errata esposta al punto M, sono recapitate in una vasca impermeabilizzata solo le acque della minuscola area impianti (90 m2), mentre per legge la vasca dovrebbe essere dimensionata per racco­gliere le AMPP dell’inte­ra cava (migliaia di m2).

Pertanto, più che di una convinzione errata, si tratta di una convinzione di comodo!

14.       I materiali terrigeni e fangosi raccolti nel piazzale e/o convogliati nei bacini di calma e decantazione delle acque meteoriche superficiali saranno allontanati (come terre e tout venant) o gestiti come rifiuti. P.         Giusto e doveroso. Tuttavia con ciò si rico­nosce che tali materiali non vanno dispersi nell’am­biente per non provocare effetti dannosi. A questo principio, però, avrebbe dovuto ispirarsi l’intera gestione dei rifiuti estrattivi e delle acque meteoriche dilavanti!

 

3.     Conclusioni: piano di coltivazione non autorizzabile

 

Da quanto detto è evidente che il vizio di fondo del piano di coltivazione (non considerare inquinanti i solidi sospesi trascinati nelle acque superficiali e sotterranee) ha prodotto misure di gestione delle acque meteoriche e dei rifiuti estrattivi inadeguate ad evitare l’inquinamento delle acque, in violazione della legge (D.Lgs. 152/2006).

Ne consegue che il piano di coltivazione non può essere legittimamente approvato: un’eventuale autorizzazione sarebbe illegittima e configurerebbe responsabilità anche a carico di chi la rilasciasse.

Pertanto, senza entrare nel merito delle critiche alla VIA (per le errate valutazioni derivanti dell’errore di fondo citato), riteniamo superfluo approfondire le altre relazioni (impatto acustico, emissioni in atmosfera, valutazione d’incidenza, valutazione paesaggistica, ecc.).

Carrara, 29 marzo 2018
Legambiente Carrara
 



Per saperne di più:

Cava Faggeta: serve una moratoria sulla riattivazione delle cave dismesse  (19/3/2018)

 

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