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Le cave ferme per violazione del perimetro autorizzato garantiscano il salario ai lavoratori

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Le aziende hanno consapevolmente commesso un illecito

 

Come è noto, l’art. 58 bis della L.R. 35/15 ha “salvato” dal ritiro della concessione le cave che hanno scavato fuori dal perimetro autorizzato. Sulle polemiche relative all’eventualità che possano restare ferme nel caso dovesse tardare l’approvazione dei piani di risistemazione e sicurezza presentati, riteniamo utili alcune precisazioni e una proposta.

Molti sembrano aver perso di vista il nocciolo della questione e cioè che le aziende sottoposte a fermo lavorazione non sono vittime incolpevoli della malvagità del Fato, ma hanno consapevolmente commesso un illecito, sforando di oltre 1000 m3 i limiti entro i quali avrebbero dovuto coltivare le cave di cui sono conduttrici.

Il fatto che, prima del parere dell’avvocatura regionale, gli uffici comunali avessero sempre gestito “alla buona” gli illeciti, sanandoli di fatto e mostrando così una subalternità culturale al “sistema marmo”, non può trasformarsi nel diritto degli imprenditori di fare gli affari propri in barba alle leggi.

 

Il ricatto occupazionale

 

Certamente, gli operai  senza stipendio  stanno a cuore a tutti. Tuttavia, proprio perché la responsabilità di quanto accaduto è con tutta evidenza dei datori di lavoro, devono loro, e solo loro, farsi carico delle spese, continuando a pagare gli stipendi dei propri dipendenti anche nel periodo di fermo.

Invitiamo pertanto Comune e Regione ad attivarsi perché gli industriali del marmo creino un fondo comune di solidarietà per coprire il costo dei salari dei cavatori rimasti senza lavoro.

La proposta, avanzata  da più parti,  che gli Enti pubblici  (Comune e/o Regione) debbano contribuire a pagare quegli stipendi è, invece, inaccettabile e iniqua perché vorrebbe dire far pagare tutti i cittadini al posto degli imprenditori, che fanno alti profitti, sfruttando le cave, “bene comune” dei carraresi.  Un paradosso della logica: il guadagno alle imprese, i costi alla collettività.  

 

La proposta a livello nazionale

 

Prendendo spunto da questo caso per una riflessione più ampia, riteniamo necessario e improrogabile porre fine al sistema del “ricatto occupazionale”, così abusato anche nelle vertenze nazionali.

Chiediamo alle forze politiche e ai sindacati di farsi promotori (anche attraverso i propri organi nazionali) di una legge in base alla quale, nel caso in cui un’azienda sia costretta a sospendere l’attività o a chiudere per proprie responsabilità in campo ambientale o nella sicurezza sui luoghi di lavoro, l’azienda stessa sia obbligata a versare ai propri dipendenti, rimasti senza lavoro, lo stipendio per il tempo necessario al risanamento e alla riapertura dell’azienda stessa o, in caso di chiusura definitiva, per un tempo congruo (ad esempio 1 o 2 anni) al loro reinserimento nel mondo del lavoro.

Carrara, 17 dicembre 2018
Legambiente Carrara
 

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One comment

  1. Marta Tongiani ha detto:

    Basta col ricatto occupazionale! Gli operai (e i sindacati) capiscano che sono mandati in prima linea a difendere gli interessi dei loro padroni, padroni inadempienti verso la collettivita’ e la natura stessa. Non deve gravare sulla collettivita’ la personale gestione padronale che, se pure ha dato lavoro, ha certamente prodotto profitto e, altrettanto sicuramente, lasciato il rischio all’operaio (vedi oggi ricatto occupazionale). Bene un’escavazione contingentata e capitali imprenditoriali investiti in strutture locali per la lavorazione del marmo (del granito e di altri lapidei), per un accrescimento delle maestranze e dell’indotto. Ricordino, i cavatori, che il padrone ha molto di piu’ e molto di piu’ da perdere. Aprano gli occhi e si riapproprino dello spirito che li ha distinti in tempi peggiori.

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