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Aggiornamenti (aprile 2019)
Come è andata a finire
La L.R. n. 54 del 2 ottobre 2018, costituita da un solo articolo, introduce l’art. 58 bis nella L.R. 35/15 ‘Disposizioni in materia di cave’, al fine di salvare dalla chiusura le cave che hanno scavato al di fuori del perimetro autorizzato un volume superiore a 1000 m3 (scongiurando i conseguenti licenziamenti). Fino ad allora, sebbene la L.R. prevedesse la decadenza dell’autorizzazione e dell’eventuale concessione, gli uffici comunali sanavano (illegittimamente) la difformità con una variante a posteriori.

Il 58 bis stabilisce che, limitatamente alle difformità realizzate in passato, il comune ordina la cessazione dell’attività e dispone la presentazione e realizzazione di un progetto di messa in sicurezza e di risistemazione ambientale. L’autorizzazione è sospesa sino all’approvazione del progetto e al completamento di tali opere; nel caso di inadempienza, scatta nuovamente la decadenza dell’autorizzazione e dell’eventuale concessione.

Su tale base il 27/11/18 il comune ha ordinato a sei cave (64-La Madonna, 175-La Piana, 95-Canalgrande B, 21-Lorano II, 22-Coop. Lorano I, 150-Fossaficola A) la sospensione della coltivazione e la presentazione del progetto di messa in sicurezza e risistemazione, ribadendo il divieto di presentare varianti in sanatoria.

Il 14 gennaio 2019 Confindustria, assieme a 27 cave carraresi, ha presentato al TAR un maxi ricorso in cui chiede di annullare l’art. 58 bis della L.R. 35/15 e il conseguente provvedimento del comune.
Il TAR, rinviando alla sentenza di merito, ha accolto parzialmente la richiesta di sospensiva del provvedimento comunale, limitando la sospensione dell’escavazione alle sole aree difformi. Nella sua sentenza di merito dell’aprile 2019, ha poi respinto il maxi ricorso, dando ragione al Comune e alla Regione: l’oggetto dell’autorizzazione non può essere l’intera area in disponibilità, ma i confini delimitati nel progetto di coltivazione; non sono ammissibili le varianti in sanatoria postuma.

Confindustria e i titolari di cava prendono atto della sconfitta, ma sostengono che gli sforamenti dai confini sono inevitabili e che la richiesta di una variante comporti tempi troppo lunghi: chiedono pertanto maggiori margini di tolleranza (espressi in percentuale del volume autorizzato) e la possibilità di sostituire la variante con una segnalazione certificata di inizio attività (SCIA). Chiedono inoltre ‘maggiori certezze’, intendendo con ciò la libertà di violare le certezze già stabilite dalla legge.

Intanto alcune cave si riservano di chiedere i danni al comune per la sospensione dei lavori anche nell’area di cava autorizzata. L’obiettivo è chiaro: poter sconfinare nuovamente dal perimetro autorizzato e, qualora scoperti, sospendere l’escavazione solo nell’area difforme. Comodo, vero?

 

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