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Carrara: dopo l’alluvione serve un’idea sana di sviluppo

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Finalmente ci si propone di curare il territorio

Stavolta sembra che l’alluvione abbia scosso la coscienza dei nostri amministratori. Per la prima volta non si è parlato di calamità naturale, anzi, si è preso atto che i cambiamenti climatici ci esporranno anche in futuro a rischi crescenti e che le responsabilità dei danni alluvionali sono della nostra cattiva gestione del territorio.

Dalle commissioni consiliari è emersa la necessità di elaborare una mappa puntuale delle criticità idrogeologiche e un piano di messa in sicurezza di tutto il territorio (manutenzione degli alvei e dei boschi, pulizia dei tratti tombati, eliminazione delle strozzature idrauliche, restituzione di spazio ai torrenti e al reticolo dei fossi, ecc.), nonché di chiedere con forza alla Regione e al governo le risorse necessarie. Anche il sindaco, infuriato, ha criticato aspramente il tombamento dei corsi d’acqua operato alcuni decenni fa, attribuendolo a tecnici irresponsabili.

 

Purtroppo, però, non sono state individuate le priorità

Pur valutando molto positivamente questa presa di coscienza, la riteniamo ancora embrionale e del tutto inadeguata ad affrontare il rischio alluvionale. Essa infatti:

  • confida nell’illusoria possibilità di “mettere in sicurezza” il territorio, sottraendo all’inondazione vaste aree della pianura costiera che sono e resteranno naturalmente inondabili;
  • prefigura un grande piano di “opere” pubbliche finanziato dallo stato senza tener conto che, data la crisi economica strutturale, lo stato non sarà in grado di investire le risorse necessarie a mettere in sicurezza un Paese disastrato da decenni di malgoverno del territorio;
  • puntando sulle “opere”, non affronta le vere cause e distrae l’attenzione dalle vere priorità: si illude cioè di poter risolvere il problema senza mettere in discussione la concezione dello sviluppo e la gestione del territorio che hanno prodotto il rischio alluvionale.


Non ripetere gli errori del passato

È infatti inutile prendersela con gli errori del passato se poi continuiamo a commettere errori del tutto analoghi. Entriamo dunque nel merito della questione, con qualche esempio.

Oggi siamo tutti d’accordo che la tombatura dei corsi d’acqua è stata un errore; sarebbe però ingiusto attribuirne la responsabilità ai tecnici di allora. È vero, infatti, che anche allora i rischi di occlusione dei tratti tombati erano ben noti; tuttavia la tombatura non solo era permessa dalla normativa ma, soprattutto, era fortemente voluta dagli amministratori di allora, convinti che “conquistare” territorio da urbanizzare fosse sinonimo di sviluppo e progresso. Insomma, gli amministratori affidavano ai tecnici l’incarico di sbarazzarsi di quei fastidiosi canali che ostacolavano l’urbanizzazione ed essi li assecondavano; né avrebbe potuto essere altrimenti, visto che l’incarico si affida a chi ne accetta gli obiettivi fondamentali.

 

La “messa in sicurezza”: il cavallo di Troia per urbanizzare le aree inondabili

In maniera del tutto analoga, tutti sanno che l’edificazione nelle aree inondabili è un grave errore, tanto è vero che anche la normativa la vieta. Eppure gran parte degli amministratori ha escogitato un cavallo di Troia che trasforma una norma ispirata alla prudenza in un gioco d’azzardo dall’esito tanto tragico quanto scontato. Basta infatti costruire un argine per far cadere i vincoli edificatori nell’area così “messa in sicurezza”. Nessuno è tanto sprovveduto da non rendersi conto che, in caso di crollo arginale (com’è avvenuto la settimana scorsa sul torrente Parmignola) o di precipitazioni più intense di quelle per le quali l’argine è stato progettato, l’area sarà inondata; ed è ovvio che, se l’area protetta dall’argine è stata urbanizzata, i danni schizzeranno alle stelle.

Ciò considerato, il buonsenso suggerisce di proteggere l’area per ridurre la frequenza d’inondazione degli edifici già esistenti, ma di non costruirvene altri per evitare l’aumento dei danni. E invece troppi amministratori, compresi i nostri, preferiscono ignorare il buonsenso trincerandosi dietro al rispetto formale della normativa; così il fine ultimo delle opere di messa in sicurezza diventa il via libera all’urbanizzazione delle aree a rischio, innescando un circolo vizioso: più spendi per opere idrauliche più dovrai spendere per i danni alluvionali (Fig. 1).

Fig. 1. A causa delle spinte speculative, anche un intervento di messa in sicurezza (ad es. un argine) può condurre ad aggravare il rischio non solo a valle, ma anche nella stessa area da esso protetta (anche a prescindere dal rischio, spesso catastrofico, di rottura arginale). Il concetto è illustrato in modo semplice in questo esempio: se un’area inondabile con due case a rischio viene messa in sicurezza con un argine riducendo di 5 volte la pericolosità (probabilità di inondazione), ma poi l’area viene edificata, aumentando di 10 volte il valore dei beni esposti il risultato finale di tutti i nostri sforzi –pianificatori ed economici– sarebbe un raddoppio del rischio idraulico (in quanto inondati 5 volte di meno ma, quella volta, con danno 10 volte maggiore)! L’esempio è tutt’altro che ipotetico: è quanto da tempo sta succedendo ovunque in Italia. P: probabilità degli eventi che superano la soglia di danno; D: danno corrispondente; R: rischio.

Figura di A. Nardini, in: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d’acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre
.

 

Il nostro piano strutturale pianifica i futuri danni alluvionali

Il nostro piano strutturale sposa in pieno proprio questa logica. Così, mentre esprimiamo i migliori intenti per prevenire nuove alluvioni, col piano strutturale stiamo pianificando l’incremento dei danni alluvionali. Basta un’occhiata alla carta della pericolosità idraulica allegata al nostro piano strutturale per rendersi conto di quanto siano estese le aree a rischio (Fig. 2).

Fig. 2. Stralcio della carta della pericolosità idraulica, tratto dal Piano Strutturale; negli ovali sono indicati alcuni “ambiti di trasformazione” che, immancabilmente, prevedono nuova edificazione nelle aree inondabili.

 

Ciononostante, il piano strutturale prevede (previa “messa in sicurezza”) ambiziosi sviluppi urbanistici in tali aree inondabili. Ancor più dei dati quantitativi, è il suo linguaggio compiaciuto a rendere l’idea di quanto il piano strutturale sia guidato dalla convinzione “cemento = sviluppo”. Così, solo per fare un esempio, per l’ambito di trasformazione Marina-Levante, si parla di «dare continuità e completezza al disegno del tessuto urbano di Marina verso il Carrione», dell’«occasione data dalla presenza di alcuni vuoti urbani» … che «permette di ridisegnare in maniera unitaria una parte vitale della città» … realizzando un «polo attrattivo caratterizzato da una consistente quota residenziale integrata da una non trascurabile quota di direzionale e servizi privati di supporto al porto turistico e una quota commerciale e turistico-alberghiera». Eppure tutto ciò, tradotto in parole povere, significa riempire i “vuoti” delle pinete con una colata di cemento in un’area a pericolosità idraulica molto elevata!

Nell’adiacente area di Villa Ceci, con analoga pericolosità, si individua addirittura l’ambito di trasformazione “strategica” che, in soldoni, prevede (per le funzioni residenziale, negozi, laboratori, direzionale, attività di servizio private, turistico ricettiva) l’insediamento di 1471 abitanti (rispetto ai 100 attuali). Per l’area di Battilana, inondata la settimana scorsa, l’assessore Andrea Vannucci ci ha più volte rassicurato: man mano che i fattori di rischio saranno eliminati, si potranno rendere edificabili anche le zone che prima non lo erano (Fig. 3). E così via: la stessa logica è applicata a tutte le aree inondabili.

Fig. 3. Ritaglio tratto dal Tirreno del 15/12/2010.

 

Se teniamo presente che gli alvei del Carrione e del Parmignola sono pensili (il loro fondo è cioè ad una quota superiore a quella del piano di campagna circostante: Fig. 4) possiamo renderci conto del rischio legato all’urbanizzazione delle aree di Marina-Levante, Villa Ceci e Battilana (solo per limitarci a quelle appena citate) (Fig. 5).

Fig. 4. Lavori di riparazione della rottura dell’argine sinistro del Parmignola, avvenuta l’11/11/2012. Le due frecce rendono bene l’idea del dislivello tra l’alveo del torrente e il (ben più basso) piano di campagna.
Fig. 5. Foto panoramica dei lavori di riparazione dell’argine sinistro del Parmignola: è evidente che rendere edificabili aree come questa significa esporre i residenti alle alluvioni che, prima o poi, immancabilmente, si verificheranno.

 

Se aggiungiamo che i livelli di pericolosità cartografati sono fortemente sottostimati (in quanto calcolati sulla base delle precipitazioni e delle piene del passato, senza tener conto del recente intensificarsi degli eventi estremi) chiunque sia dotato di buonsenso considererà una vera follia urbanizzare queste aree. Eppure è proprio ciò che prevede il nostro piano strutturale. Possiamo dunque andare a ricercare chi ha tombato i canali di Bonascola qualche decennio fa, ma sappiamo già chi sono i responsabili delle future alluvioni.

Ci auguriamo perciò che i nostri amministratori, in un sussulto di presa di coscienza, abbiano il coraggio di rimettere mano al piano strutturale eliminando le previsioni edificatorie nelle aree inondabili. È questo il vero test che misura l’effettiva volontà di prevenire non tanto le alluvioni (che potremo ridurre, ma mai eliminare del tutto) ma, almeno, i danni alluvionali.

 

Cosa serve davvero? Un’idea sana di sviluppo

Merita osservare che questa scelta, lungi dal comportare una rinuncia allo sviluppo della città, sarebbe un’occasione unica per la sua vera rinascita. La scelta di interrompere il consumo di suolo, infatti, indirizzerebbe l’attività edilizia al recupero, risanamento, restauro, riqualificazione del nostro patrimonio edilizio, già sovrabbondante rispetto alle esigenze. Anziché riempire di cemento gli ultimi spazi, avremmo edifici più funzionali e decorosi, e più verde: i cittadini non potranno che ringraziare.

Ma dove reperire le risorse per rimediare ai danni alluvionali di oggi e per sistemare il territorio, visto che le casse dello stato sono esangui? Anche in questo caso serve un cambiamento radicale delle priorità. La sistemazione del territorio è la vera e più grande opera pubblica di cui il Paese ha bisogno e, oltretutto, sarebbe un investimento molto redditizio poiché ci permetterebbe di risparmiare le somme ben più ingenti dei danni alluvionali. Perché allora dilapidare miliardi nelle “grandi opere” (ponte sullo stretto, TAV Torino-Lione, ecc.) e nelle spese militari?

Anche per la rinascita dell’Italia ciò che serve davvero non è il credito internazionale, ma una nuova idea di sviluppo: rinascita civile, lotta alla corruzione, all’evasione, agli sprechi e una gestione orientata al bene dei cittadini. Insomma, cambiare o rassegnarsi ad affogare.

Carrara, 20 novembre 2012
Legambiente Carrara

 



Per saperne di più:

Sulle alluvioni locali:

Esposto alla Procura: il Comune ha scelto di allagare Miseglia ad ogni pioggia (12/11/2012)

Interpellanza parlamentare: critiche ai lavori fluviali post alluvione sul Magra (3/7/2012)

Dopo l’alluvione: il Magra, scavato e “ripulito” è ora più pericoloso. Lettera-esposto di Legambiente (15/6/2012)

Alluvione nel basso Magra: vere e false soluzioni (VIDEO 28/1/2012)

Alluvione Lunigiana: cause e soluzioni (conferenza Sansoni) (VIDEO 10/12/2011) durata: 38′

Alluvione Lunigiana. Legambiente alle Regioni: basta alibi, stop al cemento (28/11/2011)

Aulla, l’alluvione prevista da Legambiente (VIDEO 7/11/2011)

Terre nei ravaneti: rischio di frana e alluvione (VIDEO 22/11/2011)

Alluvione Carrara: analisi e proposte agli enti (11/10/2003)

 Carrione, sicurezza e riqualificazione: un binomio inscindibile (Conferenza su alluvione: Relazione di Giuseppe Sansoni, 17/3/2006: PDF, 3,2 MB)

 Fenomeni di instabilità sui ravaneti (Conferenza su alluvione: Relazione Giuseppe Bruschi, 11/10/2003: PDF, 1,1 MB)

 Cave, ravaneti, alluvione: che fare? (Conferenza su alluvione: Relazione Piero Sacchetti, 11/10/2003: PDF, 37 KB)

Sul Piano Strutturale:

Fermata la speculazione alla Fossa Maestra: adesso vogliamo riqualificarla? (25/3/2011)

Fossa Maestra, una lunga storia di abusi edilizi, omissioni pubbliche e interessi privati: esposto alla Procura (21/3/2011)

Legambiente presenta un mare di osservazioni alla variante al Piano Strutturale (29/3/2010)

Legambiente e Coldiretti chiedono un processo partecipativo per la variante al Piano Strutturale (19/1/2010)

Variante al piano strutturale: violata la legge sulla partecipazione. Appello al Difensore Civico regionale (26/10/2009)

Cemento o Parco a Villa Ceci? Il sindaco gioca sulle parole? (25/10/2008)

Cemento in vista: per il candidato sindaco Zubbani il piano strutturale è solo “lacci e lacciuoli” (3/3/2007)

Osservazioni alla variante del piano dell’Arenile (16/9/2006)

Variante al Piano dell’Arenile. Speculazione in vista per l’area della Fossa Maestra (9/8/2006)

 


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