
Al Parco Regionale delle Alpi Apuane
Presidente: Alberto Putamorsi
parcoalpiapuane@pec.it
Al Consiglio Regionale della Regione Toscana
Presidente: Alberto Monaci
consiglioregionale@postacert.toscana.it
P.C. Presidente della Giunta, Regione Toscana,
Enrico Rossi
P.C. Assessori della Giunta competenti,
V. Ceccarelli, A.R. Bramerini, A. Marson
regionetoscana@postacert.toscana.it
P.C. European Geoparks Network
c/o Cellule des Coordination des EGN
Réserve Geologique de Haute Provence
Digne les Bains (France)
guy.martini@hotmail.com
Oggetto: Delibera Parco Regionale delle Alpi Apuane n. 8 del 24/7/2014
Legambiente esprime profonda preoccupazione e totale dissenso per la delibera n. 8 del 24/7/2014 con la quale il Consiglio Direttivo del Parco Regionale delle Alpi Apuane, derogando alle sue stesse norme, consente alla cava Piastra Bagnata l’ulteriore aggressione al geosito carsico “Abisso Pozzone”.
Considerato che tale delibera viola la normativa del Parco (deliberazione n. 54 del 26/11/2010), e della Regione Toscana (Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico, adottata il 2/7/2014) ed è in stridente contrasto con le finalità del Parco delle Apuane e con la sua appartenenza alla Rete Europea e Globale dei Geoparchi patrocinata dall’UNESCO, Legambiente chiede agli enti in indirizzo di adoperarsi affinché la delibera in oggetto sia ritirata e sia sostituita da un piano di recupero ambientale dell’Abisso Pozzone e dei suoi dintorni.
L’abisso Pozzone devastato dalla cava Pietra Bagnata
L’abisso Pozzone, o abisso della cava III (Catasto unificato delle grotte della Toscana: T/LU 644, nel comune di Vagli di Sotto), con uno sviluppo di 900 m e profondità di 490 m (Fig. 1), è situato nell’area della valle d’Arnetola compresa tra i M. Tambura e Pallerina (Fig. 2), una delle aree a maggior concentrazione di fenomeni carsici profondi del massiccio apuano e, in quanto tale, meritevole di particolare protezione.
Tuttavia già negli anni ’70 la soc. IMEG, realizzando la cava a fossa, aveva asportato l’ingresso naturale dell’abisso ribassandolo (presumibilmente di alcune decine di m) alla quota 1025 m s.l.m. In seguito la cava Pietra Bagnata, avendo aperto altri cantieri poco più in alto (Fig. 3), ha utilizzato il cantiere della cava III come discarica dei detriti, occludendo così l’abisso e seppellendone l’ingresso. Negli anni ’80, previa rimozione dei detriti, è ripresa l’escavazione nel cantiere III adottando accorgimenti per contenere la penetrazione nell’abisso delle acque di lavorazione e l’inquinamento della falda profonda che alimenta la sorgente più importante delle intere Apuane (sorgente Frigido: portata media 1,5 m3/s).
Oggi l’ingresso dell’abisso si trova a quota 1018 m s.l.m.; è una fessura situata proprio al centro del piazzale del cantiere III (1021 m s.l.m.), lunga circa 20 m e larga 0,6-2 m (Fig. 4). Per evitare l’ingresso delle acque torbide (di lavorazione e di dilavamento meteorico dei piazzali) l’imbocco è stato coperto con lastre metalliche e un telone plastico; sul lato più basso è protetto da un muretto in cemento (Fig. 5). A circa 10 m di profondità l’abisso è occluso dai detriti di cava scaricativi in passato.
Le richieste della cava (accolte dal Parco)
La variante al piano di coltivazione della cava Pietra Bagnata presentata dalla Coop. Apuana Marmi Vagli il 18/4/2014 prevede uno sbasso del piazzale di 13 m(da quota 1021 a 1008 ms.l.m.) e, di conseguenza, dell’ingresso dell’abisso.
Nella Conferenza dei servizi del 30/5/2014 il Parco ha fatto presente che la richiesta di abbattere la sommità dell’abisso Pozzone non poteva essere accolta poiché le norme del Parco (Del. n. 54/2010) prevedono la salvaguardia delle cavità carsiche di profondità superiore a 300 m. La Coop. Apuana Marmi Vagli ha ribadito la richiesta con le seguenti motivazioni, supportate da relazioni tecniche:
- l’abisso del Pozzone è attualmente privo di valore ambientale;
- L’abisso è occluso a quota 1007 ms.l.m.; lo sbasso, raggiungendo quota 1008, consentirebbe di rimuovere i detriti che occludono la cavità fino a quella quota;
- la realizzazione di un piazzale piatto (abbassando anche l’imbocco dell’abisso) permetterebbe una coltivazione più razionale della cava III e garantirebbe la sicurezza dei lavoratori.
Ciò considerato, il Parco, con la citata delibera n. 8 del 24/7/2014, tenuto anche conto che la coltivazione parziale della cava III potrebbe avere ripercussioni sulla capacità produttiva e sull’occupazione, ha accolto le motivazioni dei titolari di cava, concedendo una deroga alle proprie norme e permettendo l’ulteriore sbasso dell’abisso Pozzone; contestualmente ha richiesto relazioni specialistiche (naturalistiche, geologiche, gestione delle acque e dei detriti) e accorgimenti finalizzati ad impedire l’infiltrazione di acque nell’abisso.
Le nostre critiche alla delibera del Parco
Riassumiamo in forma sintetica le nostre critiche alle motivazioni addotte a giustificazione dell’ulteriore sbasso (di 13 m) dell’abisso Pozzone:
| Motivazioni accolte dal Parco Apuane | Critiche di Legambiente |
| 1) Il tratto di abisso che sarebbe eliminato è oggi privo di valore ambientale.
La relazione naturalistica, basata sull’ispezione dei primi 3 m dell’abisso, attesta «allo stato attuale» la mancanza di specie vegetali e condizioni inidonee alle specie animali. |
L’inidoneità del tratto alle specie vegetaliè attribuibile agli insulti arrecati dalla cava stessa, attuali (copertura con lastre metalliche e telone) e degli ultimi decenni (ripetute fasi di sepoltura dell’abisso con detriti di cava). L’inidoneità alla fauna cavernicola è attribuibile alle stesse cause, alle quali si aggiungono i rumori e le vibrazioni prodotti dall’escavazione, nonché la penetrazione di acque torbide di lavorazione e di dilavamento.
L’inidoneità a flora e fauna è dunque causata dalla cava stessa, come riconosciuto dalla stessa relazione naturalistica: «l’attività estrattiva condotta in passato con ripetute fasi di riempimento con detriti e la continuità dell’attività estrattiva nel tempo hanno fortemente limitato l’insediamento in primis di specie vegetali, ma anche di specie animali, comprese quelle più facilmente adattabili a condizioni estreme di vita che normalmente si riscontrano dove si conserva un ambiente anche solo parzialmente naturale» (Relaz. valutazione naturalistica, pag. 14). In merito all’assenza di stalattiti, stalagmiti, concrezioni e stillicidi va osservato che è la condizione normale del tratto sommitale di tutti gli abissi dell’area, dovuta al rapido drenaggio delle acque da parte della fitta rete di fratture subverticali (testimoniato dall’assenza di corsi d’acqua superficiali). A ciò vanno aggiunti gli impatti causati dalla cava, come riconosciuto dalla stessa relazione di valutazione geologica (pag. 13, 16 e 17): «Questo perché ormai il sistema è da decenni localmente alterato per l’attività antropica»; … «lo stato attuale … è pertanto localmente alterato ed impoverito, in quanto risultano modificate le condizioni naturali di deflusso delle acque e dello stato della frattura, ostruita a circa 11 m di profondità»; … «tale decadimento qualitativo (della cavità carsica) è conseguenza dell’attività estrattiva che ha modificato il … deflusso delle acque, nonché alle pregresse operazioni … di riempimento e occlusione di un tratto della cavità…». I presupposti scientifici della decisione del Parco non sono dunque pertinenti al bene da tutelare: un abisso, infatti, è di per sé un geosito intangibile, a prescindere da flora, fauna e concrezioni ospitate. Il Parco, accogliendo la motivazione della Coop. Apuana Marmi Vagli, dovrebbe, per coerenza di comportamento, consentire lo smantellamento della parte sommitale di quasi tutti gli abissi apuani! |
| 2) L’abisso è occluso a quota 1007 m s.l.m.; lo sbasso, raggiungendo quota 1008, consentirebbe di rimuovere i detriti che occludono la cavità fino a quella quota. | La motivazione è palesemente inconsistente. Non è chiaro se ci si proponga di rimuovere i detriti fino a quota 1007 o 1008, ma è indifferente: in entrambi i casi non sarebbe rimosso alcun detrito visto che fino a quella quota l’abisso non è ostruito. Risulta pertanto una premura superflua (e di intrinseca comicità) la condizione posta dalla delibera n. 8/2014 del Parco: «Raggiunta la quota di 1012 m s.l.m., prossima a quella interessata dall’occlusione, dovrà essere verificata la possibilità di rimuovere il materiale occludente. In caso contrario il Proponente dovrà produrre specifica relazione tecnica che ne attesti l’impossibilità». |
| 3) La realizzazione di un piazzale piatto permetterebbe una coltivazione più razionale della cava III, garantendo la sicurezza dei lavoratori. | La realizzazione del piazzale piatto (a quota 1008), anziché lasciare una “torre” di marmo larga 5 m tutt’attorno all’abisso –come prescritto dall’autorizzazione del Comune n. 69 del 31/5/2013– (torre potenzialmente pericolosa in caso di caduta massi) o una più larga “piramide” gradonata (come prescritto dalla Soprintendenza BAPSAE di LU e MS) permette senz’altro un’escavazione più razionale, ma solo nel senso di un maggior sfruttamento economico del marmo (in quanto rimosso integralmente).
Anche la motivazione sulla sicurezza dei lavoratori è palesemente pretestuosa, visto che la coltivazione a gradoni (per lasciare la “piramide” attorno all’abisso) è la modalità più diffusa, comune alla quasi totalità delle cave proprio perché garantisce migliori condizioni di sicurezza. |
| 4) La coltivazione parziale della cava III (lasciando cioè la “piramide gradonata” attorno all’imbocco dell’abisso) potrebbe avere ripercussioni sulla capacità produttiva recando pregiudizio economico ed occupazionale. | L’accoglimento di questa argomentazione, quale motivazione per concedere una deroga alle norme del Parco, costituisce un precedente che mina alle radici le stesse norme fondamentali del Parco.
Per quanto riguarda il caso specifico, la gravità della deroga concessa è desumibile dalla norma violata (All. A alla deliberazione del Consiglio Direttivo del Parco n. 56 del 26/11/2010) che recita: … «I ‘Geositi’ fanno parte del complesso delle risorse non rinnovabili del patrimonio naturale del Parco, esprimendo una gamma estesa di valori ambientali, paesaggistici, culturali ed educativi». … «sono vietati le opere e gli interventi che possono trasformare irreversibilmente i Geositi di primaria importanza, che sono tutelati, in modo intangibile, nella forma di ‘invarianti strutturali’» … «Tra questi Geositi si annoverano … le grotte e le cavità naturali con sviluppo di gallerie o pozzi superiore a 300 m». |
In conclusione, con la deroga concessa alla cava III, il Parco ha accettato la prosecuzione della distruzione di un geosito intangibile sulla base di presupposti scientifici non pertinenti (punto 1 della tabella), di un impegno insussistente (rimozione di detriti nel tratto in cui sono assenti: punto 2), di argomentazioni pretestuose relative alla sicurezza del lavoro (punto 3) e di un’argomentazione di carattere economico-occupazionale tutta da dimostrare e, comunque, incompatibile con le norme fondamentali del Parco. Il tutto nell’illusione ascientifica, imperdonabile per un Parco, che proteggere l’imbocco dell’abisso sia sufficiente a proteggere la falda da esso alimentata.
Il rischio d’inquinamento dell’acquifero apuano
In realtà gli accorgimenti volti ad evitare la penetrazione nell’abisso delle acque di lavorazione e di dilavamento meteorico (con il loro contenuto di marmettola, terre, oli, carburanti), accuratamente descritti nella relazione “Gestione acque” sono inefficaci ad evitare l’inquinamento dell’abisso e dell’acquifero di base delle Apuane da parte della cava III, in parte perché inadeguati e in parte perché –pur proteggendo l’ingresso dell’abisso– le acque inquinate vi penetrano ugualmente a maggior profondità, attraverso le fratture del marmo. In particolare, merita ricordare che anche le superfici poste ad una quota inferiore all’imbocco dell’abisso (versanti, ravaneto sottostante al piazzale III) sono fonti di inquinamento (per via sotterranea) dell’abisso e della falda di base (cfr. Fig. 7).
La principale inadeguatezza tecnica della gestione delle acque di lavorazione sta nella scelta di lasciarle disperdere su tutte le superfici di cava prima di convogliarle alle vasche di raccolta mediante dossi di detrito terroso di cava (Fig. 6). Un accorgimento più efficace sarebbe la raccolta delle acque immediatamente al piede del taglio e il loro convogliamento (entro tubazioni chiuse!) alle vasche di raccolta; in questo modo i piazzali di cava potrebbero essere mantenuti costantemente puliti.
Tuttavia anche questo accorgimento, pur efficace per le acque di lavorazione, sarebbe inefficace per le acque meteoriche che dilavano le superfici di cava (piazzali, gradonate, versanti, ravaneti, cantieri di cava sovrastanti): queste, infatti, nel loro scorrimento, si caricano degli inquinanti e –incontrando nel loro percorso fratture del marmo– vi si infiltrano andando ugualmente a raggiungere l’abisso, seppur per via sotterranea e a maggior profondità (Fig. 7). Le misure adottate e previste sono dunque inefficaci ad evitare l’inquinamento dell’abisso Pozzone. Per contenere l’inquinamento da infiltrazione è necessario mantenere la massima pulizia in tutta l’area di cava, in modo tale che le acque meteoriche, non trovando marmettola, terre e altri inquinanti dilavabili, si infiltrino pulite nelle fratture; per le principali misure adottabili si vedano, più avanti, le nostre proposte.
Merita osservare che l’infiltrazione sotterranea delle acque inquinate è un fenomeno di assoluta rilevanza dal punto di vista quantitativo, visto che riguarda la quasi totalità delle acque meteoriche. La stessa relazione “Gestione acque”, pur senza evidenziarne il conseguente inquinamento dell’abisso e della falda di base, lo riconosce apertamente: «Le acque meteoriche di prima pioggia in parte dilavano le superfici e in parte s’infiltrano nel sottosuolo» (pag. 15). «Le acque di lavorazione e le acque meteoriche di prima pioggia sono raccolte, fatte decantare e reinserite nel ciclo produttivo … La perdita per infiltrazione può essere stimata tra il 40% e il 60% del totale (i marmi sono caratterizzati da una permeabilità secondaria elevata).» (pag. 6). Queste percentuali –già molto rilevanti, considerate anche le elevate precipitazioni dell’area– sono tuttavia da ritenere sottostimate visto che nell’area non sono presenti fenomeni idrologici permanenti (rii, torrenti, sorgenti, ecc.), a conferma della elevata permeabilità dell’area. Ad eccezione di eventi meteorologici eccezionali, l’area è priva di acque incanalate e pertanto la totalità delle precipitazioni si infiltra nel sistema carsico.
Una fonte molto rilevante della torbidità delle acque di dilavamento meteoriche che giungono alla cava III sono i depositi dei detriti (ravaneti) prodotti dai cantieri cava VI, cava III, cava V e cava II alta (Fig. 3, 8 e 9). Nel 2012 e 2013 i detriti annui erano circa 100.000 t, di cui circa il 40% commercializzato come inerte e il 60% stoccato nel ravaneto o impiegato in cava (riempimenti, rampe di servizio); il progetto attuale ne prevede l’incremento a 365.000 t annue. Va inoltre considerato che la frazione commercializzata è costituita da scaglie di marmo; ciò spiega perché la frazione residua stoccata nei ravaneti è ricca di terre che, essendo facilmente dilavabili, accrescono l’inquinamento dell’abisso e della falda (Fig. 9).
Violate le norme di tutela ambientale
La delibera del Parco n. 8 del 24/7/2014, in quanto successiva all’adozione (2/7/2014) del Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di piano paesaggistico (PIT), avrebbe dovuto rispettarne le prescrizioni del regime di salvaguardia. In particolare la variante al piano di coltivazione della cava avrebbe richiesto la valutazione paesaggistica secondo i criteri dell’Allegato 4 (art. 38, comma 6, lett. a) e gli interventi avrebbero potuto essere consentiti solo se conformi alle prescrizioni della disciplina specifica (art. 38, comma 3). Quest’ultima (direttiva 1.3 dell’Ambito 3) prescrive, tra l’altro, la tutela degli acquiferi strategici e del patrimonio carsico ipogeo ed epigeo al fine di salvaguardare gli importanti sistemi di grotte, inghiottitoi di elevato valore naturalistico e le risorse idriche superficiali e sotterranee.
La delibera contrasta dunque con il PIT, con il Geoparco UNESCO e con le norme dello stesso Parco.
Le proposte di Legambiente
Fermo restando che nel prossimo futuro dovrà essere programmata la dismissione dell’intera cava Pietra Bagnata, per la sua incompatibilità ambientale, si suggeriscono alcune misure la cui adozione, nel frattempo, ridurrebbe grandemente il danno all’abisso e alle risorse idriche sotterranee.
- dismissione immediata della cava III e suo ripristino ambientale e paesaggistico finalizzato a ripristinare la funzione naturale di inghiottitoio dell’abisso Pozzone. Interventi prioritari sono: 1) il rimodellamento morfologico dell’imbocco dell’abisso (conferendogli un aspetto similnaturale), del piazzale e delle gradonate di cava; 2) la rimozione dei detriti che ostruiscono l’abisso e delle barriere all’ingresso delle acque meteoriche (lastre metalliche, muretto);
- tali interventi, ovviamente, devono essere preceduti da un insieme di accorgimenti volti ad evitare il dilavamento di inquinanti da parte delle precipitazioni (pioggia, neve).
Il principio guida cui deve ispirarsi ogni accorgimento è elementare: in un’area a così elevata vulnerabilità all’inquinamento, ogni inquinante lasciato all’aperto viene dilavato dalle acque e finisce nell’acquifero; per evitare tale possibilità è necessario che sulle superfici di cava e delle loro pertinenze non vi sia alcun inquinante esposto al dilavamento. A tal fine le misure fondamentali –da adottare in tutti i cantieri della cava e nelle loro pertinenze– sono:
- contenimento delle acque di lavorazione immediatamente al piede del taglio e loro adduzione, entro tubi chiusi, agli impianti di trattamento;
- per la realizzazione di tali dossi di contenimento, evitare l’uso di terre di cava o di altri materiali sciolti;
- pulizia assoluta e costante di tutte le superfici di cava;
- pulizia scrupolosa dei mezzi (carrozzeria, pneumatici);
- rimozione scrupolosa di ogni cumulo di terre e detriti all’aperto e loro sistematico allontanamento dalla cava: l’eventuale stoccaggio deve avvenire esclusivamente in container a tenuta stagna;
- rimozione completa del ravaneto sovrastante la cava III e di quello sottostante;
- asfaltatura delle vie d’arroccamento e protezione delle loro scarpate dal dilavamento e dall’erosione mediante geo/stuoie e rivegetazione;
- raccolta integrale e trasporto allo smaltimento delle acque dei servizi igienici.
Il principio/guida sopra indicato dovrà essere applicato anche ad ogni altra situazione contingente (ad es. ai letti di caduta delle bancate, alla rimozione del cappellaccio, ecc.). Un monitoraggio delle acque di dilavamento meteorico dovrà verificare l’efficacia delle misure adottate ed individuare eventuali altri accorgimenti. Per un maggior dettaglio (testo e immagini) di alcune delle misure da adottare si rimanda al nostro documento del 27/3/2014 “La Regione protegga le sorgenti dalle cave di marmo” (allegato 2 alla presente lettera).
Chiediamo pertanto:
- al Parco Regionale delle Apuane di ritirare la delibera n. 8/2014 e di accogliere le nostre proposte tecniche nell’ambito del completamento della procedura;
- alla Regione Toscana un attivo interessamento affinché le delibere e i pareri del Parco rispettino appieno la lettera e lo spirito della pianificazione adottata di recente;
- all’European Geoparks Network di seguire con attenzione la vicenda, prendendo in considerazione il ritiro del riconoscimento del geoparco delle Apuane dalla rete europea e UNESCO qualora il Parco delle Apuane non dovesse assicurare la tutela dell’abisso Pozzone.
Firenze, lì 6 settembre 2014
Per Legambiente Toscana
Il Presidente, Fausto Ferruzza
FIGURE
(Ad eccezione della Fig. 7 –realizzata a scopo esplicativo– tutte le figure sono tratte dalle relazioni presentate al Parco Regionale delle Apuane –ai fini dell’approvazione della variante al piano di coltivazione– dalla Coop. Apuana Marmi Vagli, titolare della Cava Piastra Bagnata)
Fig. 1. Andamento planimetrico, sviluppo in verticale e sezioni della cavità carsica denominata “Abisso del Pozzone” o “Abisso della Cava Terza” rilevate a cura della Federazione Speleologica Toscana per il “Catasto Grotte” nell’anno 1979. Figura tratta dallo studio dell’Ing. Iabichino “Interferenza tra attività estrattiva e cavità naturali”.
Fig. 2. Ubicazione della cava Piastra Bagnata: al centro del suo cantiere III si apre l’abisso del Pozzone.
Fig. 3. Veduta della cava Piastra Bagnata, con i suoi cantieri attivi.
Fig. 4. Cava Piastra Bagnata, planimetria del piazzale del cantiere III: l’ingresso dell’abisso Pozzone è una fessura lunga circa20 m e larga 0,6-2 m.
Fig. 5. Cava Piastra Bagnata, cantiere III: ingresso dell’abisso Pozzone, coperto da lamiere e protetto da un muretto in cemento e da un telo plastico.
Fig. 6. Cava Piastra Bagnata, cantiere III, gestione delle acque: le acque di taglio e di dilavamento meteorico, cariche di marmettola, terre ed eventuali idrocarburi, invadono i piazzali e tutte le superfici di cava. A protezione dell’imbocco dell’abisso ci sono un muretto in cemento (a quota 1018), lastre metalliche (a quota 1021) e un dosso in detriti terrosi di cava. Quest’ultimo trattiene le acque del piazzale; tuttavia, in occasione delle piogge, viene dilavato ed eroso divenendo esso stesso una fonte di fanghi per l’abisso (frecce rosse) che, nelle intenzioni, dovrebbe proteggere. Inoltre le acque inquinate, scorrendo su tutte le superfici di cava e, in seguito, sui versanti, si infiltrano nelle fratture che incontrano, raggiungendo ugualmente, per via sotterranea, l’abisso del Pozzone e la falda di base (cfr. Fig. 7).
Fig. 7. Schizzo dell’area della cava Piastra Bagnata per mostrare le due modalità di inquinamento dell’abisso Pozzone (e della falda di base) da parte delle acque di lavorazione e di quelle di dilavamento meteorico. 1) Via superficiale: le acque inquinate convergono per ruscellamento superficiale verso l’imbocco dell’abisso (frecce nere continue); questo inquinamento può essere evitato proteggendo l’imbocco con barriere fisiche. 2) Via sotterranea: durante il ruscellamento, le acque inquinate si infiltrano nelle fratture del marmo e, da queste, raggiungono per via sotterranea l’abisso (frecce azzurre tratteggiate) e la falda di base. Questo tipo di inquinamento può essere contenuto solo con misure molto rigorose: raccolta delle acque di lavorazione immediatamente al piede del taglio e loro adduzione al trattamento in tubazioni chiuse; pulizia accurata e costante di tutte le superfici di cava; eliminazione dei ravaneti e dei cumuli all’aperto, smaltimento costante dei detriti, stoccaggio delle terre in container a tenuta stagna; asfaltatura delle vie d’arroccamento e protezione delle loro scarpate (rivestimento con geostuoie e rivegetazione), etc.
Fig. 8. Cava Piastra Bagnata, cantiere III, gestione delle acque: direzioni di scorrimento delle acque di lavorazione (frecce lilla) e di quelle di dilavamento meteorico (di prima e seconda pioggia) dei versanti e del deposito di detriti (frecce nere). In questo percorso la quasi totalità delle acque (inquinate), si infiltra nelle fratture del marmo, raggiungendo per via sotterranea l’abisso del Pozzone e la falda di base. Una fonte importante di torbidità delle acque di dilavamento è il ravaneto (si veda la Fig. 9).
Fig. 9. Cava Piastra Bagnata: il ravaneto utilizzato per il depositi dei detriti delle cave III, V, VI, II alta; copre il versante per circa100 m di dislivello e sovrasta la cava III. È evidente la grande quantità di terre (non commerciabili, quindi abbandonate nel ravaneto): una rilevante minaccia di inquinamento dell’abisso e della falda (tramite dilavamento e infiltrazione). Si noti che anche il ravaneto sottostante al piazzale III (cfr. Fig. 3 e 7), pur essendo ad una quota inferiore all’imbocco dell’abisso, è fonte di inquinamento (per via sotterranea) dell’abisso e della falda di base.

