Dimensione testo » A+ | A–

La lezione dei dati: più occupazione con filiera e chiusura delle cave più distruttive

Share


 
 
1. Introduzione

 
Sebbene il marmo sia un bene pubblico amministrato dal comune per conto dei cittadini, le nostre richieste di conoscere le quantità di marmo e di detriti estratte annualmente da ogni cava non sono mai state pienamente soddisfatte: ci sono stati consegnati solo dati anonimi, senza i nomi delle cave interessate. I cittadini non sono quindi stati messi in grado di valutare se la risorsa marmo è bene amministrata o no: è come se l’amministratore di un condominio fornisse ai condomini resoconti spese anonimi e questi dovessero pagare fidandosi ciecamente, senza alcun riscontro.

Il risultato dell’elaborazione dei dati – pur anonimi – effettuata da Legambiente aggrava le preoccupazioni della cittadinanza. Risulta infatti che la grande maggioranza delle cave, avendo rese in blocchi inferiori a quelle prescritte dalla normativa, non dovrà neppure essere autorizzata.
 

2. Problemi nell’elaborazione dei dati

 
Per i principali problemi incontrati nell’elaborazione dei dati 2005-2023 consegnatici dal comune (riguardanti errori nei dati, distinzione tra cave e altre imprese, verificabilità delle rese percentuali in blocchi) si rimanda all’Appendice (capitoli A, B e C). Evidenziamo tuttavia fin d’ora che:
• abbiamo limitato l’analisi alle sole 68 cave (su 111) sicuramente attive nell’intero periodo 2005-2023;
• abbiamo adottato come criteri operativi di giudizio la resa % in blocchi (calcolata in peso, anziché in volume) rispetto al materiale totale estratto (anziché sul materiale commerciabile), come riportato nella Tab. 1. Va precisato che tali criteri – oltre ad essere gli unici concretamente applicabili1 – sono più ottimistici e permissivi di quelli stabiliti dal Piano Regionale Cave.

Nota 1. I materiali estratti sono infatti misurati alla pesa comunale, ovviamente in peso (ton), non in volume. Nei dati consegnatici, inoltre, non si fa alcuna distinzione tra materiali commerciabili e non.

 
Tab. 1. Criteri operativi adottati da Legambiente per giudicare la bontà delle cave, basati sulla resa % in blocchi (in peso) sul materiale totale estratto.

Resa % blocchi (in peso)
sul materiale totale estratto
> 40% 30-40% 20-30% < 20%
Giudizio Ottima Buona Scadente Pessima

 

3. Oltre i tre quarti delle cave hanno una resa in blocchi scadente o pessima

 
Adottando tali criteri di giudizio, solo una delle 68 cave è da considerarsi ottima, 11 sono buone, 34 scadenti e 22 pessime (Fig. 1). Le 56 cave con resa scadente o pessima (sul materiale commercializzabile, quindi escluse le terre) non dovranno essere autorizzate: a Carrara dovranno dunque restare attive solo 12 cave (1 ottima e 11 buone).
 

Fig. 1. La metà delle cave (34 su 68) sono da considerare scadenti (resa in blocchi 20-30% sul materiale commercializzabile); 22 sono pessime, 11 sono buone e solo una ottima. Fig. 2. Calcolando la resa sul materiale totale estratto (anziché su quello commercializzabile) il giudizio peggiora: nessuna cava è ottima, 5 sono buone, 35 sono scadenti e 28 sono pessime.

 
Calcolando invece la resa in blocchi su tutto il materiale estratto – terre comprese – (Fig. 2) il giudizio peggiora: nessuna cava è ottima e solo 5 sono buone; le altre 63 cave (35 scadenti e 28 pessime), avendo una resa in blocchi inferiore al 30%, non dovranno essere autorizzate. A Carrara dovranno dunque restare attive le sole 5 cave buone, mentre le altre 63 dovranno essere dismesse, tanto più considerando che le rese rilevate non sono episodiche ma riferite alla media di 19 anni (attribuibili pertanto presumibilmente all’eccessiva fratturazione del giacimento).

Va osservato che, dal punto di vista dell’impatto ambientale, il metodo corretto per ricavare la resa in blocchi è quello di calcolarla sul materiale totale estratto. Calcolandola sul materiale commercializzabile, infatti, se per qualunque ragione (ad es. di mercato) i materiali diversi dai blocchi non fossero vendibili, l’unico materiale commercializzabile sarebbero i blocchi e, pertanto, la resa in blocchi di tutte le cave risulterebbe sempre pari al 100% (e diverrebbe pertanto lecito sbriciolare in detriti un’intera montagna per ricavarne un solo blocco). Sarebbe un criterio veramente demenziale!
 

4. Quanti blocchi sono estratti dalle cave buone e cattive? Quanto da quelle grandi e piccole?

 
È doveroso chiedersi se la resa in blocchi sia migliore nelle cave grandi (individuate col criterio delle quantità più elevate di materiale totale estratto) o in quelle piccole. La risposta al quesito può ricavarsi dalla Tab. 2.

 
Tab. 2. Suddivisione delle cave secondo la dimensione (basata sul materiale totale estratto nel periodo 2005-2023) e la resa % in blocchi sul materiale totale estratto. Le cave buone (resa in blocchi superiore al 30%) sono contrassegnate dal colore verde dello sfondo, quelle scadenti (resa 20-30%) dal giallo e quelle pessime (resa inferiore al 20%) dall’arancione. La numerazione delle cave riportata nell’ultima colonna è quella fittizia, assegnata dal comune per impedire l’individuazione delle singole cave. Su sfondo grigio i dati relativi all’insieme di tutte le cave, senza distinzione in grandi, medie e piccole.

Cave
cave
Blocchi
(ton totali)
Materiale
estratto
(ton totali)
Blocchi
ton/anno/cava
(media)
Cave n.
Grandi (Tot. Materiale estratto >2,5 Mln t) 4        
Resa > 30% 2 2.536.845 7.106.790 66.759 1, 3
Resa 20-30% 2 1.522.161 6.256.300 40.057 2, 7
Resa < 20% 0        
Medie (Tot. Materiale estratto 1-2,5 Mln t) 22        
Resa > 30% 1 688.887 2.291.990 36.257 4
Resa 20-30% 19 7.130.096 30.954.161 19.751 5, 6, 8, 9 10, 11, 13, 14, 15, 16, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 27, 28
Resa < 20% 2 638.434 3.395.719 16.801 12, 29
Piccole (Tot. Materiale estratto < 1 Mln t) 42        
Resa > 30% 2 585.213 1.645.442 15.400 17, 25
Resa 20-30% 15 1.997.669 8.287.678 7.009 26, 30, 31, 32, 33, 34, 36, 39, 43, 44, 46, 47, 48, 49, 53
Resa < 20% 25 1.382.041 9.757.150 2.910 35, 37, 38, 40, 41, 42, 45, 50, 51, 52, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 68
Tutte le cave (Resa media 23,4%) 68 16.481.346 70.691.492 12.756  
Resa > 30% 5 3.810.945 11.044.223 40.115  
Resa 20-30% 36 10.649.926 45.498.1398 15.570  
Resa < 20% 27 2.020.476 14.149.129 3.667  

 
Le cave che rispettano il criterio autorizzativo del PRC (resa in blocchi superiore al 30% sul materiale estratto2 ) sono dunque 2 tra le 4 cave grandi (quindi il 50% di esse), solo una tra le 22 cave medie (il 4,5%) e 2 tra le 42 cave piccole (il 4,8%).

Nota 2. In realtà, come già precisato, il criterio autorizzativo del PRC è una resa in blocchi di almeno il 30% sul materiale commercializzabile, mentre noi l’abbiamo calcolata sul materiale totale estratto perché più corretto dal punto di vista ambientale. In base alla resa sul materiale commerciabile, le cave autorizzabili sarebbero invece 12, di cui 1 tra le 3 cave grandi (33%), 4 tra le 21 cave medie (19%) e 7 tra le 44 cave piccole (16%, tra le quali alcune decisamente minuscole).

Merita osservare che i blocchi ricavati nell’intero periodo 2005-2023 da queste sole 5 cave con una buona resa ammontano a 3.563.931 ton, cioè a oltre un quarto (è il 27,5%) di quelli (12.944.047 ton) ricavati dall’insieme delle altre 63 cave.

Da questa considerazione è possibile ricavare un’indicazione della massima importanza pratica (peraltro ovvia) per la pianificazione delle attività estrattive: converrebbe intensificare l’escavazione nelle cave con miglior resa e abbandonarla nelle altre. Infatti, intensificando di 4,63 volte l’escavazione nelle sole 5 cave con resa in blocchi superiore al 30% (cave n. 1, 3, 4, 17, 25) si potrebbe ricavare la stessa quantità di blocchi prodotta finora e chiudere le altre 63 cave eccessivamente distruttive! In tal modo si ridurrebbe grandemente (di 22,6 milioni di ton) la quantità di detriti prodotti e, con ciò, l’impatto ambientale (Tab. 3).
 
Tab. 3. Tonnellate di blocchi e di materiale totale estratto nel periodo 2005-2023.

Cave Blocchi estratti
2005-2023
(ton)
Totale materiale estratto
2005-2023 (ton)
5 cave (n. 1, 3, 4, 17, 25) 3.563.931 10.316.010
Altre 63 cave 12.944.047 60.094.645
Tutte le 68 cave 16.507.977 70.410.655
5 cave (ipotesi con intensità x 4,63) 16.507.977* 47.783.324**
* Cioè 16.507.978 ton in 19 anni, pari a 868.841 ton/anno (217.210 ton/anno per cava). Si noti (in grassetto) il valore coincidente con quello dell’insieme delle 68 cave attuali.
** Il marmo risparmiato dall’inutile distruzione sarebbe dunque di 22.627.391 ton (=70.410.655 – 47.783.655), pari a 1,19 milioni di ton annue.

 
Per tutte le cave di Carrara, ad eccezione delle 5 con miglior resa in blocchi e di pochissime altre – che potrebbero essere conservate inattive, a puro scopo testimoniale e turistico – si potrebbe dunque (a rigor di legge, si dovrà!) procedere alla chiusura e al ripristino ambientale. Le nostre montagne recupererebbero col tempo la copertura arborea e la loro bellezza.

Considerando 200 giorni lavorativi annui e un carico di 30 ton/camion, la rilevante riduzione dei detriti prodotti (22,6 milioni di ton) permetterebbe di ottenere una riduzione del traffico pesante di 39.697 camion annui, pari a 198 camion al giorno (Tab. 4).
 

Tab. 4. Riduzione del traffico pesante ottenibile con l’escavazione (intensificata) nelle sole 5 cave con miglior resa in blocchi (calcoli basati su 200 giorni annui lavorativi, escludendo quindi sabati, domeniche, festività e chiusura per ferie).

Ton materiali estratti
in 19 anni (2005-2023)
Ton materiali
/anno estratti
Camion
/anno
Camion
/giorno
A. Andamento attuale (2005-2023) nelle 68 cave 70.410.655 3.705.824 123.527 618
B. Ipotesi solo 5 cave (intensità 4,68 volte l’attuale) 47.783.3245 2.514.912 83.830 419
Riduzione n. camion (30 t di carico) 39.697 198

 
Va sottolineato che queste indicazioni operative non sono idee farneticanti di Legambiente, ma discendono dall’applicazione del PIT-PPR (Piano di indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico, marzo 2015) e delle sue norme subordinate (PRC e PABE), laddove prescrivono che le cave siano individuate nei giacimenti a minor grado di fratturazione (proprio al fine di ricavare più blocchi e meno detriti)3.

Nota 3. La normativa sovraordinata (PIT-PPR: Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico regionale, marzo 2015) prescrive di «limitare quanto più possibile la produzione di inerti». A tal fine, la norma subordinata (PRC: Piano Regionale Cave, agosto 2020) prevede, all’art. 26, comma 5), che «nell’individuazione dell’area a destinazione estrattiva, il comune tiene altresì conto: a) di uno sfruttamento razionale del giacimento; b) di valorizzare la risorsa lapidea privilegiando le porzioni di giacimento maggiormente produttive». Nella stesura dei PABE in comune di Carrara, sebbene disponesse di una lunga serie storica di dati che individuavano chiaramente le cave con bassa resa in blocchi, non ha tenuto in alcun conto queste norme ed ha semplicemente confermato tutte le cave esistenti, indipendentemente dalla fratturazione dei giacimenti e dalla resa in blocchi.

 
Sebbene l’indicazione di concentrare l’escavazione nelle 5 cave con maggior resa in blocchi sia perfettamente razionale, si potrebbe ragionevolmente procedere in maniera graduale. A titolo d’esempio, si potrebbero chiudere entro 3 anni le cave più distruttive (quelle con resa in blocchi inferiore al 10%), dopo 3 anni quelle con resa inferiore al 15%, dopo altri 3 anni quelle con resa inferiore al 20% ecc. trasferendo ogni volta i relativi quantitativi estraibili alle cave con maggior resa. La produzione totale di blocchi resterebbe invariata ma, progressivamente, aumenterebbe l’efficacia dell’escavazione (riducendo sia la produzione di detriti che il relativo impatto ambientale).

Le semplici considerazioni qui svolte mostrano quanto, nella regolamentazione e amministrazione della risorsa marmo, il comune di Carrara sia stato finora ben lontano dall’agire secondo il principio giuridico del “buon padre di famiglia” (cioè con la diligenza, l’onestà, la responsabilità che dovrebbe caratterizzare chiunque amministri beni per conto di altri).

Da questo punto di vista, anzi, il comune di Carrara, al momento della stesura dei PABE, avendo riconfermato (in palese violazione delle esplicite prescrizioni di legge sopra richiamate) tutte le cave preesistenti – comprese quelle che da molti anni producono una quantità eccessiva di detriti – si è assunto una grave responsabilità di fronte alla Regione e, ancor prima, ai cittadini.

La prevedibile obiezione alla chiusura di gran parte delle cave di Carrara è il timore di un drastico calo occupazionale. È dunque doveroso precisare che tale preoccupazione è infondata visto che, come spiegato in seguito, essa sarebbe accompagnata dal potenziamento della filiera di lavorazione locale che, come noto, produce la massima parte dell’intera occupazione nel comparto marmo.
 

5. Quanto aumenterebbe l’occupazione lavorando i blocchi nella filiera locale?

 
Dala sintesi di alcuni studi sul comparto marmo, riportata nella Tab. 5, si evince che – a seconda delle attività considerate nella filiera (solo quelle dirette oppure anche quelle indirette e l’indotto) – la lavorazione in filiera consente di triplicare o decuplicare l’occupazione in cava (più esattamente di incrementarla da 3,4 a 11,5 volte). È dunque evidente che l’occupazione legata al marmo è generata in massima parte dalla lavorazione in filiera e solo in minima parte dall’estrazione in cava.
 
Tab. 5. Stime degli addetti all’estrazione e del numero di occupati nella filiera per ogni addetto all’estrazione.
Fonte: IRTA-Leonardo, Il piano attuativo dei bacini estrattivi del comune di Carrara: verso la definizione delle quantità sostenibili (2019, relazione intermedia).

Area studiata Occupati
estrazione
Occupati
in filiera
Occupati
totali
Addetti in filiera per ogni addetto in cava % occupati in cava % occupati in filiera Attività filiera considerate
Fonte
A Carrara 615 2.091 2.706 3,4 22,7 77,3 1 IRTA-Leonardo (PABE 2019, relazione intermedia)
B Carrara
+ Massa
1.000 3.800 4.800 3,8 20,8 79,2 1+2 ISR, Camera Commercio MS (2008)
C Carrara
+ Massa
1.000 11.500 12.500 11,5 8,0 92,0 1+2+3 ISR, Camera Commercio MS (2012b)
D Distretto
apuo-vers.
1.245 11.753 12.998 9,44 9,6 90,4 1+2+3 Confindustria Verona-GEA (2016)
E Provincia Massa Carrara 789 3.454 4.243 4,38 18,6 81,4 1+2 ISR, Camera Commercio MS (2026)
Nella penultima colonna sono riportate le attività della filiera considerate negli studi riportati:
1 = attività dirette: estrazione, lavorazione, commercio;
2 = attività indirette: trasporti, fabbricazione e commercio di macchinari e utensili;
3 = attività indotte: servizi al settore lapideo.

 
Adottando i dati dello studio IRTA 2019 (lo studio più prudenziale: riga A della tabella), per ogni occupato in cava ci sono altri 3,4 occupati nella sola filiera diretta (estrazione, lavorazione e commercio), senza cioè considerare le attività indirette (trasporti, fabbricazione e commercio di macchinari e utensili) e quelle indotte (i servizi al settore lapideo).

Dal recentissimo rapporto (16 gen. 2026) dell’Istituto Studi e Ricerche – Camera Commercio, relativo alla provincia di Massa Carrara, si ricavano 4,38 occupati nella sola filiera (diretta e indiretta) per ogni occupato in cava (riga E). Ciò significa che solo il 18,6% dell’occupazione è legato all’estrazione del marmo, mentre l’81,4% deriva dalla sua filiera: per gli attuali 789 occupati in cava abbiamo così 3.454 occupati nella filiera diretta (per un totale di 4.243).

Anche secondo gli altri 3 studi (righe B, C, D) l’occupazione in cava rappresenta solo una piccola percentuale (rispettivamente 20,8%, 8% e 9,6%) di quella dell’intero comparto marmo; la massima parte dell’occupazione (rispettivamente il 79,2%, 92% e 90,4%) è fornita dalla filiera.

Va tuttavia considerato che i 2.091 occupati a Carrara nella filiera diretta (secondo la stima più prudenziale del 2019) sono il risultato dell’attuale lavorazione in loco, cioè di meno della metà dei blocchi estratti (visto che oltre la metà di essi viene esportata). Assumendo (con ottimismo!) un rapporto attuale del 40% di blocchi lavorati in loco e 60% esportati4, i dati della Tab. 6 mostrano la stima di come varierebbero i livelli occupazionali lavorando nella filiera locale percentuali crescenti di blocchi (a parità di blocchi prodotti e di occupati nell’estrazione).

Nota 4. Gli studi disponibili non riportano i dati della % di blocchi lavorati nella filiera locale né di quelli esportati; alcuni riportano il valore dell’export in € ma, data la grande variabilità del valore del marmo (secondo le qualità e le strategie commerciali), da esso non è possibile ricavare le % di blocchi in peso.

 
Tab. 6. Stime dell’occupazione (totale e nella sola filiera diretta), secondo le percentuali dei blocchi estratti. In rosso la stima della situazione attuale, in blu l’occupazione potenziale, lavorando in loco percentuali crescenti dei blocchi estratti.
Fonte: righe a, b, c: calcoli Legambiente sui dati del rapporto IRTA 2019 (che stima 3,4 occupati nella filiera per ogni occupato in cava); riga d (su sfondo turchese): calcoli Legambiente sui dati dello studio ISR-Camera commercio MS 2012b, lo studio più ottimista, che stima 11,5 occupati in filiera (diretta + indiretta + indotto) per ogni occupato in cava.

% blocchi in filiera 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100%
a) Occupati in cava 615 615 615 615 615 615 615 615 615 615 615
b) Occupati in filiera diretta 0 523 1.046 1.568 2.091 2.614 3.137 3.659 4.182 4.705 5.228
c) Occupati totali (IRTA 2019) 615 1.118 1.661 2.183 2.706 3.229 3.752 4.274 4.797 5.320 5.843
d) Occupati totali (ISR 2012b) 615 2.383 4.151 5.919 7.687 9.455 11.223 12.991 14.759 16.527 18.295

 

In sintesi, i dati dello studio più prudente (IRTA 2019) permettono di stimare che, lavorando in filiera locale il 100% dei blocchi (anziché il 40%), l’occupazione nella filiera salirebbe da 2.091 a 5.228 e quella totale sarebbe più che raddoppiata (da 2.706 a 5.843).

Le stime basate sui dati dello studio più ottimista (Istituto Studi Ricerche-Camera di Commercio di MS, 2012), riportate nell’ultima riga della Tab. 6 prevedono addirittura oltre 18.000 occupati ottenibili lavorando nella filiera locale il 100% dei blocchi estratti.

I dati della Tab. 6, sebbene forniscano solo stime (non certezze), permettono di affermare con certezza che la strategia migliore per incrementare l’occupazione del comparto marmo non è l’aumento dell’escavazione, bensì puntare alla lavorazione in filiera locale di tutti i blocchi estratti.

La battaglia per l’occupazione va dunque condotta anche sul piano culturale. L’imprenditore che esporta i blocchi, oggi ancora considerato da molti come uno che, comunque, dà un contributo all’occupazione locale, dovrà ricevere una netta riprovazione sociale poiché si arricchisce sfruttando la risorsa dei carraresi, lasciando ad essi ben poca occupazione e molto danno ambientale: un inammissibile comportamento predatorio.

Pertanto, ferma restando la necessità di contenere al massimo l’impatto ambientale dell’escavazione, le quantità da estrarre dovrebbero essere limitate a quelle che la filiera locale è in grado di assorbire con lavorazioni ad alta intensità di lavoro umano (privilegiando quindi l’artigianato artistico). Le quantità estraibili dovrebbero dunque essere stabilite non a priori, ma a seguito di un’accurata ricognizione (da mantenere aggiornata) dei laboratori di marmo esistenti e dell’occupazione da essi assorbita.
 

6. Ulteriori spunti: estrarre solo le quantità di blocchi lavorabili in loco

 
Il comune, disciplinando l’escavazione per conto dei cittadini, dovrebbe chiarire a sé stesso – esplicitandolo ai carraresi – qual è l’obiettivo di fondo che si propone di raggiungere: fare l’interesse dei cittadini o quello degli imprenditori?

L’interesse degli imprenditori dell’estrazione con scarso senso di responsabilità sociale è quello di massimizzare i propri profitti (quindi i quantitativi di materiali commerciabili), a prescindere dall’impatto ambientale che ne deriva. L’interesse dei cittadini è, invece, quello di trovare il giusto punto di equilibrio tra massimizzare le ricadute economiche e occupazionali per la comunità e minimizzare il danno paesaggistico e ambientale. È dunque quest’ultimo l’obiettivo che il comune dovrebbe far proprio.

In questa ottica è ovvio che le quantità di marmo estratto dovrebbero essere limitate a quelle effettivamente lavorabili nella filiera produttiva locale (incrementandola). È infatti evidente che ogni blocco che viene esportato per essere lavorato in altri paesi (nei quali la manodopera è sottopagata) comporta per la cittadinanza solo costi e danni ambientali, non compensati da ricadute economiche e sociali (anch’esse “esportate”, assieme ai blocchi, a favore di altri imprenditori senza scrupoli).
 

7. Sulla gestione delle cave serve totale trasparenza e partecipazione

 
Come si è visto, l’analisi dei dati sui materiali estratti dalle singole cave – sia pure mantenendole anonime e non identificabili – ci ha consentito di comprendere quanto l’attuale pianificazione e gestione dell’intero comparto estrattivo sia irrazionale e inutilmente distruttiva.

Il quadro d’insieme che ne è uscito ci ha permesso, sulla base del semplice buonsenso, di avanzare proposte la cui attuazione comporterebbe una radicale rivoluzione, con grandi benefici per la comunità.

Se il comune, assieme ai dati sui quantitativi estratti dalle singole cave, ci avesse fornito anche i loro nomi, avremmo potuto individuarne la localizzazione, collocarle su carta topografica, fare verifiche in loco e trarne altre indicazioni utili per evitare una gestione così dissennata.

Per questi motivi, a tutela dell’interesse dell’intera cittadinanza, Legambiente continuerà a incalzare il comune chiedendo la piena trasparenza sulle attività estrattive.

 

8. Conclusioni


 
Al fine di invertire le priorità che, evidentemente, ispirano tuttora la sua azione concreta, chiediamo al comune di Carrara di:
• concepire e amministrare il marmo come un “bene comune” della cittadinanza;
• a tal fine, espletare la ricognizione della capacità di assorbimento della filiera locale del marmo;
dimensionare su quest’ultima le quantità di marmo estraibili;
• ridurre tendenzialmente a zero l’esportazione dei blocchi, favorendone la lavorazione in loco;
• selezionare le cave
dalle quali estrarre tali quantità, privilegiando quelle con maggior resa in blocchi (minimizzando così le quantità di detriti e il danno ambientale) e chiudendo e procedendo al ripristino ambientale di tutte le altre;
verificare la distribuzione spaziale di queste cave nei bacini montani e fare un’analisi strategica volta a minimizzare il loro impatto, singolo e cumulativo;
abbandonare definitivamente la pratica di secretare i dati ma, anzi, dare ad essi la massima trasparenza e divulgazione (è il primo dovere di ogni amministratore nei confronti dei propri amministrati).

Solo in questo modo l’attuale “estrattivismo” (in cui le risorse comuni sono “rapinate” da imprenditori locali e internazionali) potrà essere superato da un’attività estrattiva solidale, finalizzata a massimizzare il benessere della cittadinanza minimizzando al contempo l’impatto ambientale.

Legambiente Carrara
15 febbraio 2026
 

APPENDICI

APPENDICE A
Problemi nell’elaborazione: errori nei dati consegnatici

I dati consegnati dal comune di Carrara a Legambiente per i periodi 2005-2023, 2005-2017 e 2005-2012 non sono coerenti: contengono cioè errori. Alcuni esempi sono segnalati nella sottostante tabella, nella quale abbiamo segnalato con celle gialle i valori non corrispondenti a quelli consegnatici in tempi diversi per la stessa cava e lo stesso anno. Da ciò discendono, inevitabilmente, alcuni errori nella nostra elaborazione dei dati, per i quali ci scusiamo con i lettori. Pur escludendo l’ipotesi che ci siano stati forniti intenzionalmente dati errati, riteniamo preoccupante la constatazione che il comune, nell’estrazione dei dati dai suoi archivi informatici, possa commettere tali errori.

Guida alla lettura della tabella. La tabella riporta la serie dei valori annui di tre sole cave. CAVA N. 1: l’identità dei valori annui (ton) di blocchi e delle altre frazioni (scaglie ecc.) consegnatici nel 2023, nel 2017 e nel 2012 (segnalata dalle celle verdi) ci dice che la cava n. 1 del 2023 è la stessa contrassegnata col n. 77 nel 2017 e con il n. 95 nel 2012 (si tratta di uno degli espedienti usati dal comune per impedirci di identificare le singole cave, ma la coincidenza dei valori nel corso degli anni testimonia che i dati consegnatici sono corretti).
CAVA N. 2: analoghi criteri dimostrano che la cava n. 2 del 2023 coincide con la n. 46 del 2017 e con la n. 49 del 2012. In questo caso, però, i valori consegnatici per il 2010 sono errati (in quanto diversi da quelli consegnatici in altre date per la stessa cava e lo stesso anno).
CAVA N. 12: coincide con la n. 66 del 2017 e con la 22 del 2012. In questo caso l’intera serie dei dati annui dal 2007 al 2012 (consegnatici nel 2023) è errata (come segnalato dalle celle gialle).


 

APPENDICE B
Il segreto sui nomi delle cave rende difficile perfino distinguere le cave da altre imprese

 
Nel 2024, a seguito della nostra richiesta di accesso ai quantitativi escavati dalle cave di Carrara nell’intero periodo 2005-2023 (cioè da quando è stata installata la pesa comunale), il comune ci ha consegnato i dati annuali dei materiali (blocchi, scaglie bianche e scure, scogliere, terre) portati a valle da 111 imprese estrattive, ma in una forma tale da renderne problematica la comprensione e l’elaborazione. L’analisi dei dati (riportati nell’appendice D) è infatti complicata da diversi fattori:

  1. poiché le cave attive nel comune di Carrara sono circa 70, se ne deduce che, probabilmente, una quarantina delle 111 imprese non sono cave vere e proprie ma altre attività (ad es. di prelievo di materiali dai ravaneti);
  2. diverse imprese registrano un’attività saltuaria (talora pochi anni) o limitata a quantità modeste di materiali;
  3. nel corso degli anni si sono verificate dismissioni dell’attività o fusioni di imprese;
  4. i dati ci sono stati consegnati rendendoli anonimi (le imprese sono state cioè contrassegnate da numeri di fantasia, non corrispondenti ai numeri ufficiali delle cave): non ci è quindi possibile individuare le singole cave né conoscerne l’ubicazione e collocarle su carta topografica (non ci è nota nemmeno l’appartenenza a un determinato bacino marmifero). Addirittura – mescolando alle cave una quarantina di altre imprese – non è nemmeno possibile sapere con certezza quali siano davvero cave e quali altre attività (depositi? prelievo di detriti? attività commerciali?).

Pertanto, per orientarci in questo mare magnum di dati, abbiamo limitato l’analisi dei dati alle 68 imprese che – avendo svolto attività continuativa nei 19 anni del periodo 2005-2023 (almeno una decina di blocchi annui portati a valle) – è ragionevole ritenere che siano realmente cave. Ordinandole secondo la quantità decrescente di materiali totali estratti nell’intero periodo, le abbiamo poi distinte in cave grandi, medie e piccole.
 

APPENDICE C
Altri problemi: i requisiti di legge previsti sono difficilmente verificabili e facilmente eludibili

 
Il Piano Regionale Cave (PRC), all’art. 13 comma 2, stabilisce che «il piano attuativo di bacino (PABE), prescrive che le nuove autorizzazioni per la coltivazione dei marmi del distretto apuo-versiliese, sono consentite solamente se i quantitativi minimi da destinarsi esclusivamente alla trasformazione dei blocchi, lastre ed affini (resa) saranno non inferiori al 30% del volume commercializzabile previsto dal progetto».

La verifica del rispetto letterale di questo criterio è estremamente problematica, visto che:

  1. si riferisce al volume previsto dal progetto, mentre i dati si riferiscono ai materiali effettivamente estratti e portati a valle. Per ottenere l’autorizzazione basterebbe perciò che il progettista “prevedesse” (cioè dichiarasse, magari in buonafede) una resa in blocchi elevata (es. 40%), anche se poi la resa effettiva risultasse ben inferiore (es. 10%);
  2. è impossibile da verificare poiché si riferisce al rapporto in volume (m3) tra blocchi e materiale commerciabile, cioè tra dati entrambi non disponibili visto che gli unici dati rilevati (alla pesa comunale) sono espressi in peso (ton). Abbiamo pertanto calcolato le rese in peso e stimato quelle in volume tenendo conto che, a differenza dei blocchi, i materiali sciolti (scaglie, terre, pietrisco) occupano un volume ben maggiore del loro peso (contenendo vuoti per circa i due terzi). Le rese in blocchi qui esposte (in peso) risultano quindi superiori a quelle in volume: i giudizi da noi espressi in questa elaborazione sono pertanto più ottimisti e permissivi di quelli stabiliti dal PRC5;
  3. non è espressamente definito quale sia il “materiale commerciabile6: presumibilmente comprende le scaglie (bianche e scure), le scogliere e il pietrisco ed esclude le terre, ma non è esplicitato. Restano perciò dubbi: ad esempio, quando le terre vengono commercializzate (come talora accade, ad esempio per riempimenti) vengono o no incluse nel materiale commercializzabile? Sorge perciò un serio interrogativo: il Comune e la Regione Toscana verificano o no il rispetto della resa in blocchi? Se sì, in quale modo? Tengono conto di questa contabilità o adottano altri criteri?

Nota 5. Nella seguente tabella si riporta un esempio di calcolo, relativo alla cava n. 1 dell’appendice D. Per calcolare la resa in blocchi in volume abbiamo utilizzato il peso specifico del marmo (2,7 t/m3); per i materiali sciolti abbiamo diviso il peso (ton) per 2,7 (ottenendo così il volume in m3 senza vuoti) e moltiplicato poi per 1,66 (ottenendo cioè il volume occupato da 1 ton di scaglie, contenente i due terzi di vuoti). La resa in blocchi espressa in peso risulta del 38,6% mentre, se espressa in volume, risulta del 31,7%. Nella nostra elaborazione, avendo adottato il criterio della resa in peso (ton di blocchi / ton totali estratte), siamo stati dunque più permissivi del PRC.

   
Nota 6. Nella nostra elaborazione dei dati abbiamo considerato materiale “commercializzabile” tutti i materiali estratti, ad esclusione di terre e tout-venant.

 
Tutto ciò considerato, nella presente elaborazione dei dati relativi ai materiali estratti dalle cave di Carrara abbiamo adottato come criteri operativi di giudizio quelli riportati nella Tab. A.

Tab. A. Criteri operativi adottati da Legambiente per giudicare la bontà delle cave, basati sulla resa % in blocchi (in peso) sul materiale totale estratto.

Resa % blocchi (in peso)
sul materiale totale estratto
> 40% 30-40% 20-30% < 20%
Giudizio Ottima Buona Scadente Pessima

 

APPENDICE D
sintesi dei dati (anonimi) 2005-2023 forniti a Legambiente dal comune di Carrara7

 



Nota 7. Per ogni impresa il comune ha fornito i dati annui del periodo 2005-2023, qui cumulati nelle prime 7 colonne; le colonne successive riportano i dati calcolati da Legambiente Carrara.

 

Share