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Cedro (del Libano, dell’Atlante, dell’Himalaya)

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Cedro del Libano Cedrus libani A. Richard, 1823 Fam. Pinaceae
Cedro dell’Atlante Cedrus atlantica (Endl.) Carrière, 1855  
Cedro dell’Himalaya Cedrus deodara Roxb. ex (D. Don.) G. Don., 1830  

 
Sommario:

 

Fig. 1. A: Sui ramoscelli allungati (macroblasti: Ma) gli aghi sono inseriti a spirale e ben distanziati l’uno dall’altro: ciò è ben visibile soprattutto nel macroblasto dell’anno precedente (indicato col colore bianco). B: gran parte della chioma è costituita da rametti ‘nani’ (brachiblasti: Br), talmente accorciati che gli aghi vengono a trovarsi così ravvicinati da formare ciuffetti. (A: Cedrus atlantica. B: Cedrus libani).

 

I cedri: generalità

 

 
I cedri sono grandi alberi sempreverdi con foglie aghiformi, coriacee, aguzze e pungenti, portate su due tipi di ramoscelli: macroblasti e brachiblasti.

 
 

I macroblasti (dal greco makrós = grande, lungo e blastós = germe, germoglio) sono rami normali, allungati, che portano foglie (aghi) isolate, inserite a spirale lassa (Fig. 1A).

 

I brachiblasti (dal greco brachys = breve, corto e blastós = germe, germoglio) sono rami molto corti (pochi cm) e inseriti in gran numero sui rami normali. Sono rami molto raccorciati e ad accrescimento definito (cioè non si allungano più): sono in pratica rami ‘nani’, sui quali perciò le foglie aghiformi vengono a trovarsi così ravvicinate da mascherare la loro inserzione a spirale e da apparire disposte a ciuffetti (Fig. 1A e 1B).

 

Come tutte le Pinacee, i cedri sono piante monoiche, dotate cioè di fiori maschili e di fiori femminili Trattandosi di Gimnosperme, il termine “fiori” è qui (per semplicità) usato impropriamente. Il termine corretto per i fiori maschili è microsporofillo (lamina che porta i granuli pollinici dai quali originano le microspore) e, per i fiori femminili, macrosporofillo (lamina che porta gli ovuli dai quali originano le macrospore). portati, separatamente, sulla stessa pianta. I fiori compaiono all’età di 30-40 anni.
 
 
I fiori maschili, costituiti da squamette munite di sacche polliniche, sono riuniti in gran numero attorno a un asse a formare un’infiorescenza simile a una candelina eretta che sorge all’estremità dei brachiblasti (Fig. 2). Alla maturità (giugno-ottobre), scossi dal vento, liberano grandi quantità di polline, tanto da colorare di giallo il terreno circostante, dopo di che cadono a terra.
 

Fig. 2. A: infiorescenze maschili, simili a candeline erette. B: sezione longitudinale di una infiorescenza maschile: ciascuna squametta pollinica inserita sull’asse centrale è un fiore maschile. C: singoli fiori distaccati dall’asse, con due sacche polliniche allungate (1 e 2); sopra: faccia interna; sotto: faccia esterna. (A: Cedrus atlantica; B e C: Cedrus deodara).

 

Fig. 3. L’infiorescenza femminile, inserita all’estremità dei brachiblasti, è un cono eretto formato da squamette ovulifere.

 
 
 
I fiori femminili, molto meno appariscenti (difficilmente visibili, anche perché stanno sui rami superiori), sono costituiti da squame –ciascuna portante due ovuli– anch’esse inserite attorno a un asse verticale all’estremità dei brachiblasti (Fig. 3).
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dopo la fecondazione, le squame ovulate si ispessiscono fortemente formando le larghe squame legnose embricate (ciascuna con 2 semi alati) dei caratteristici coni ovoidali, grandi ed eretti (le ‘pigne’ del cedro) e muniti di un corto peduncolo (il brachiblasto ingrossato che portava l’infiorescenza femminile).
 
Nei periodi secchi le squame si rinserrano fortemente proteggendo i semi; dopo due anni, nei periodi umidi, le squame si aprono e si distanziano fino a disarticolarsi e, cadendo una ad una, liberano i semi lasciando sul ramo il nudo asse del cono (Fig. 4).
 

Fig. 4. Le pigne del cedro, giovani (A) e mature (B). C: dopo due anni, le squame si aprono e si disarticolano, cadendo una ad una (a partire dall’apice), lasciando così nudo l’asse del cono, eventualmente con qualche squama residua (Sq) alla base; resta ben visibile il brachiblasto (Br) al cui apice sorgeva il cono. D: il riscontro di coni con asse denudato al centro è un buon segno: significa che sono presenti roditori arboricoli (es. scoiattoli) che rosicchiano le squame per nutrirsi dei semi. E e F: ogni squama (Sq) porta due semi (Sm) dotati di una sottilissima ala membranacea. Avendo i semi nudi, non racchiusi entro un frutto, i cedri appartengono alle GimnospermeGimnospèrme: dal latino scientifico Gymnospermae, composto di gymno- ‘nudo’ e –spermae ‘seme’. Nome dato in botanica alle piante con semi nudi (non racchiusi in un frutto), perché derivanti da ovuli non racchiusi dentro un ovario. (come i pini, cipressi, abeti ecc.).

 
Nel nostro clima i semi non germinano spontaneamente; i cedri, così largamente diffusi nei parchi e nei giardini, provengono pertanto dai vivai.

Il nome generico Cedrus deriva dal greco kédros che designava diverse piante dal profumo resinoso, mentre i nomi specifici libani, atlantica e deodara si riferiscono alle rispettive zone di origine. I primi due riferimenti sono ovvii (Libano e catena dell’Atlante, in Marocco); deodara deriva da deva-daru che significa ‘albero degli dei’ (l’Himalaya è infatti considerata dai locali montagna sacra).

Come le altre conifere, i cedri sono sensibili all’inquinamento atmosferico. Tale sensibilità è dovuta alla persistenza delle loro foglie che non cadono in inverno, ma durano alcuni anni e sono pertanto lungamente esposte all’azione degli inquinanti (le latifoglie, invece, perdono le foglie prima che l’inquinamento riesca a danneggiarle e sono quindi più resistenti all’ambiente urbano).

 

Fig. 5. Cedro del Libano (parco della Padula).

Cedro del Libano

 

Il cedro del Libano (Cedrus libani) costituiva la principale ricchezza dei fenici; veniva utilizzato da questi antichi navigatori per costruire le loro navi ed esportato in tutto l’Oriente, particolarmente in Egitto e Mesopotamia, i cui territori pianeggianti e aridi erano praticamente privi di boschi. Il re Salomone lo utilizzò per costruire il tempio di Gerusalemme. Un’iscrizione relativa a Nabucodonosor narra di una spedizione in Libano per procurarsi i cedri e della costruzione del canale Arakhtu per farne fluitare i tronchi.

Il suo areale originario comprende non solo il Libano, ma l’Asia minore (Libano, Turchia, Siria, Iraq, Iran). A causa del millenario sfruttamento, il cedro è oggi quasi estinto nel Libano; è invece molto più diffuso nelle catene del Tauro, nella Turchia meridionale, dove i suoi popolamenti sono molto meno devastati. Introdotto in Europa nel XVII secolo (nel 1642 in Inghilterra e nel 1733 in Francia), è stato il primo cedro importato in Italia (nel 1787).

Nel suo ambiente naturale vive tra 1000 e 2000 m d’altitudine, ma può crescere anche in pianura purché il suolo non sia troppo umido.

Gli esemplari adulti, alti fino a 40-60 m, hanno rami lunghi e robusti, ascendenti alla base, che poi si espandono in orizzontale conferendo alla pianta il caratteristico portamento tabulare a larghi palchi orizzontali con aghi verde scuro; anche la cima assume rapidamente un aspetto tabulare. Benché meno rustico del cedro dell’Atlante, il cedro del Libano è spesso piantato nei parchi per il suo portamento veramente maestoso.

La bibbia cita spesso il cedro (del Libano) come simbolo di forza e di maestà, per la sua longevità (fino a 2.000 anni), l’imponenza che può raggiungere e l’imputrescibilità del suo legname. La sua resina, molto aromatica, era considerata caustica per i corpi vivi, ma capace di preservare i cadaveri dal “verme inconfutabile” e veniva perciò usata per imbalsamare i defunti. L’essenza ottenuta dalla distillazione del legno figurò a lungo in terapia, col nome di libanolo, per curare le infezioni urinarie. Nell’uso moderno, in gemmoterapia, i germogli del cedro del Libano sono prescritti nell’eczema secco, per calmare il prurito.

 

Fig. 6. Cedri dell’Atlante (var. glauca) nella piazza del municipio di Carrara. Quello a sinistra, più sviluppato, ha l’apice inclinato (freccia gialla); in quello a destra, più giovane, l’apice è eretto (freccia rossa).

 
 

Cedro dell’Atlante

 

 
Il cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica) è originario delle montagne dell’Atlante (Algeria e Marocco), dove esistono ancora molte belle foreste, soprattutto nella catena dell’Atlante marocchino, dai 1200 ai 2500 metri. Alto 30-40 m, ha rami ascendenti, particolarmente negli esemplari giovani. Raggiunge una circonferenza di 7 m e un’età di 7 secoli. In Europa, dove è stato introdotto nel 1841, la sua crescita si limita generalmente a 25-30 m.
 
 
 
Il portamento, conico da giovane, si arrotonda con l’età. È oggi il cedro più piantato, specialmente nella varietà glauca (spontanea in Algeria) per l’effetto ornamentale del fogliame verde-azzurrino e per la maggiore rusticità.

 
 
 
 
 
 
 

 
 
 

Fig. 7. Cedro dell’Himalaya (via Cavallotti, Marina di Carrara)

 
 
 
 
 
 
 
 

Cedro dell’Himalaya

 

 
 
Il cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara) è originario dei pendii nevosi dell’Himalaya (nonché del Cachemire e del Nepal), dove forma estese foreste pure tra 1300 e 3000 m d’altitudine. È noto come ‘albero degli dei’ o come ‘abete sacro indiano’, come sacro è considerato l’Himalaya.
 
È un albero superbo che raggiunge 50 m d’altezza (in Europa supera raramente 30 m) e 700-900 anni, ma esigente dal punto di vista ecologico; nei nostri climi, pertanto, si rinviene solo nei parchi (difficilmente riesce a formare foreste).
 
Il portamento è conico, spesso irregolare; i grossi rami, inseriti ad angolo retto sul tronco (gli inferiori leggermente discendenti), portano ramoscelli esili e penduli che, assieme agli aghi verde chiaro lunghi e molli, fanno del cedro dell’Himalaya la specie più elegante.

 
 
 

 
 

Curiosità: perché la chioma dei cedri è conica?

 

Sebbene ogni specie arborea abbia un proprio portamento caratteristico, tutti gli alberi seguono uno schema generale di sviluppo, suddivisibile in 10 stadi.

La fase giovanile (stadi 1-4) è caratterizzata dalla rapida crescita in altezza: a tal fine, i nutrienti provenienti dalle radici vengono assorbiti prevalentemente dalla gemma apicale per l’allungamento verticale del tronco, mentre la crescita dei rami sottostanti è inibita (rallentata) dall’auxina prodotta dalla cima stessa (che esercita su di essi la dominanza apicale).

I rami più distanti dalla cima (più bassi), ricevendo meno auxina, sono meno inibiti e, perciò, sono più lunghi dei rami sovrastanti. Ne risulta una chioma tipicamente conica. Con lo stadio 4 termina la dominanza apicale e cessa pertanto l’inibizione della crescita dei rami sottostanti alla cima.

La fase adulta (stadi 5 e 6) persegue la strategia di costruzione della chioma definitiva, che si arrotonda grazie alla sua espansione in larghezza. Seguono poi la fase di maturità (stadi 7 e 8) caratterizzata da una strategia di durata (grazie al rinnovamento delle unità architettoniche della chioma) e, infine, la fase di senescenza (stadi 9 e 10) in cui si hanno la riduzione della chioma (per morte dei rami apicali) e tentativi di ricostruzione di alcuni tronchi.

Questi aspetti sono descritti (e illustrati) in maniera approfondita nella scheda Lo sviluppo degli alberi, alla cui lettura si rimanda.

Sebbene tutti gli alberi seguano questo schema generale di sviluppo, ogni specie è caratterizzata da una diversa durata dei vari stadi di sviluppo (da pochi anni a secoli) e da altri aspetti (l’intensità della dominanza apicale, l’angolo tra le branche e il tronco, ecc.), come descritto nella scheda La forma degli alberi.

In particolare, nei cedri (come nella maggioranza delle conifere, es. abete bianco, abete rosso, larice ecc.), lo stadio 4 ha una durata lunghissima, il che comporta la persistenza del germoglio apicale per gran parte della loro vita e la conseguente persistenza della dominanza apicale. Per questo motivo l’allungamento dei rami immediatamente sottostanti all’apice è fortemente inibito, mentre l’inibizione dei rami inferiori si attenua con la loro distanza dall’apice.

È proprio questo progressivo allungamento dei rami man mano che aumenta la loro distanza dall’apice a conferire la forma conica alla chioma. Di fatto, fermandosi permanentemente allo stadio 4 (fase giovanile) si può ben dire che i cedri (compresi gli esemplari plurisecolari) si mantengono giovani per tutta la vita.

 

Come distinguere i cedri

 

Le principali caratteristiche utili per distinguere tra loro le specie di cedri (portamento, cima, foglie, coni) sono riportate nella tabella 1.

 

Tab. 1. Principali caratteri distintivi dei cedri (illustrati nelle Fig. 8-11).

  Cedro del Libano Cedro dell’Atlante Cedro dell’Himalaya
Portamento rami principali disposti a palchi regolari, orizzontali o lievemente pendenti; fusto spesso suddiviso a candelabro a breve altezza dal suolo rami principali ascendenti, specialmente i più alti (quelli inferiori divengono orizzontali o inclinati verso il basso) rami principali orizzontali che, con l’età, piegano verso il basso (più evidente, pertanto, nei rami inferiori);
i ramoscelli giovani, lunghi e flessibili, penduli, danno alla pianta un aspetto ‘piangente’
Foglie aghi rigidi, corti (1-3 cm), verde scuro aghi rigidi, corti (meno di 3 cm), verdi o verde-azzurro (nella var. glauca, la più frequentemente coltivata) aghi flessibili, lunghi (fino a 5 cm), verde chiaro
Cima apice inclinato che, con l’età, tende ad appiattirsi apice eretto da giovane (Fig. 9A), si inclina con l’età (Fig. 9B e 9C) apice sempre reclinato, fin da giovane
Coni lunghi (7-10 cm), con estremità piatta o un po’ incavata medi (5-8 cm), con estremità piatta o un po’ incavata lunghi (8-12 cm), con estremità arrotondata

 

L’esame di tali caratteristiche, tuttavia, è spesso reso problematico da alcuni fattori:

  • la forma e le dimensioni delle pigne non presentano differenze nette; la loro osservazione ravvicinata, oltretutto, è spesso impraticabile, non fosse altro perché sono generalmente situate a una certa altezza dal suolo;
  • la cima è spesso mutilata per cause naturali (es. fulmini), o tagliata per motivi di sicurezza (es. vicinanza a cavi aerei);
  • i rami laterali, soprattutto quelli inferiori, sono spesso tagliati per consentire il passaggio sotto la pianta o perché troppo vicini a edifici o recinzioni.

 
Gli elementi più concreti disponibili per il riconoscimento dei cedri sono quindi l’esame delle foglie e del portamento della pianta che, fortunatamente, può essere osservato anche da una certa distanza (ad esempio per gli esemplari ospitati in giardini privati, non accessibili).
 

Fig. 8. Cedro del Libano. A: portamento caratteristico: chioma disposta a palchi orizzontali e base del tronco ramificata a candelabro. B: apice inclinato che con l’età tende ad appiattirsi. C: ramo portante ciuffi di aghi, una pigna eretta e un’infiorescenza maschile.

 

Fig. 9. Cedro dell’Atlante. A: portamento: rami superiori inclinati verso l’alto; rami inferiori orizzontali o inclinati verso il basso. B: con l’età, la cima (eretta da giovane) inizia a inclinarsi; proseguendo, assume un’inclinazione simile a quella dei rami vicini conferendo alla pianta l’aspetto di una cima bifida (C).

 

Fig. 10. Cedro dell’Himalaya. A: I rami principali (i superiori orizzontali, gli altri inclinati verso il basso) hanno un aspetto ‘barbuto’, dovuto ai giovani ramoscelli penduli (freccia). B: cima reclinata, rami superiori orizzontali. C: rametti cortissimi con ciuffi di aghi (Br: brachiblasti) e rametti allungati, con aghi distanziati, inseriti a spirale lassa (Ma: macroblasti).
 
 
 
L’elemento discriminante più utile è il portamento, in particolare la disposizione dei rami della metà superiore della chioma, che sono ascendenti nel cedro dell’Atlante (Fig. 9) e –spesso ma non sempre– orizzontali o discendenti in quello dell’Himalaya (Fig. 10).

 
 
 
Il cedro del Libano, invece, ha un portamento caratteristico: i rami principali nudi che si dipartono dal tronco (spesso già dal basso, conferendo un aspetto a candelabro) sono tutti ascendenti, ma i rami secondari che portano le foglie formano palchi orizzontali (Fig. 8).

 
 
 
Il portamento ‘piangente’, dovuto ai ramoscelli frondosi (sottili, flessibili e penduli) inseriti sui rami laterali, identifica il cedro dell’Himalaya (Fig. 11, a destra), mentre il colore glauco (verde-azzurrino) degli aghi è caratteristico della varietà più largamente coltivata del cedro dell’Atlante (Fig. 11, al centro).

 
 
 
La cima della pianta è sempre reclinata nel cedro dell’Himalaya ed eretta nel cedro dell’Atlante (ma solo da giovane, poi si inclina con l’età); nel cedro del Libano è inclinata da giovane e poi, con l’età, tende all’orizzontale.

 
 
 
I cedri dell’Atlante e del Libano hanno aghi corti (meno di 3 cm), rigidi e pungenti, mentre il cedro dell’Himalaya ha aghi più lunghi (fino a 5 cm), flessibili e teneri (non pungenti).

 
 

   Cedrus libani                        Cedrus atlantica                     Cedrus deodara
Fig. 11. Fogliame (sopra) e rametti con brachiblasti (sotto) dei cedri del Libano, dell’Atlante e dell’Himalaya.

 
L’esame del portamento consente di riconoscere anche esemplari mutilati: la Fig. 12 ne è un esempio.
 

Fig. 12. Esemplari di cedro del Libano mutilati sia dell’apice sia dei rami bassi, ma ancora riconoscibili a distanza dal portamento dei rami (tendenti a formare palchi orizzontali) e (esemplare B) dai rami inferiori piegati a candelabro (frecce).

 

Curiosità scientifiche: anatomia di un ago

 

I cedri devono alla loro maestosità e bellezza la diffusione nei parchi e nei giardini. Pochi sanno, però, che le piante, se osservate nei dettagli più minuti, svelano altre meraviglie e sanno raccontarci altre storie.

Fig. 13. Foglia di limone in vari stadi di decomposizione dei tessuti teneri, finché resta solo l’apparato vascolare (lo ‘scheletro’ della foglia).

 
Ad esempio, osservando ad occhio nudo la pagina inferiore di una foglia di limone, notiamo che dalla nervatura principale si dipartono nervature secondarie e, da queste, altre più sottili (Fig. 13).

Per vedere meglio l’intera ramificazione dei fasci vascolari è sufficiente mettere a terra, in un punto riparato dal vento, un cumulo di foglie, osservandole poi ogni mese.

È così possibile vedere la progressiva scomparsa dell’epidermide fogliare e dei tessuti teneri (Fig. 13A): prima decomposti da muffe e batteri e, poi, mangiati con delicatezza da animaletti, tra cui le lumache (dotate di una lingua, detta radula, simile a una grattugia), finché resta solo l’apparato vascolare (lo scheletro della foglia), la cui decomposizione completa richiede qualche anno.

La fitta ramificazione dell’apparato vascolare, simile a un finissimo ricamo (Fig. 13B), ci fa intuire la sua funzione: portare alla foglia l’acqua e i sali minerali assorbiti dalle radici –necessari a compiere la fotosintesi– e riportare indietro gli zuccheri prodotti, da distribuire a tutte le parti della pianta, per la sua crescita.

Affascinati da questo delicato ricamo, una vera opera d’arte della natura, potremmo pensare che l’osservazione ravvicinata di un ago di cedro dovrebbe essere piuttosto deludente, non potendo certamente ospitare una così vasta ramificazione vascolare. Ma la natura ci stupisce sempre.
 

Osserviamo infatti al microscopio una sottile sezione trasversale di ago (Fig. 14): se è vero che è percorso per tutta la sua lunghezza da un solo fascio vascolare, dal punto di vista artistico la sorpresa è ancor più stupefacente, mentre, dal punto di vista scientifico, ogni particolare anatomico ci svela la sua funzione, mostrando quanta cura la natura ponga a ogni più piccolo dettaglio.
 

Fig. 14. Microfotografie di sezioni sottili di aghi di cedro. A: C. libani, sezione presso il picciolo. B, C e D: sezioni a metà ago (rispettivamente di cedro del Libano, dell’Atlante e dell’Himalaya). Ep: epidermide; Ip: ipodermide; St: aperture stomatiche; Cr: canale resinifero; Pc: parenchima clorofilliano; En: endodermide monostratificata; Tt: tessuto di trasfusione; Vc: vasi cribrosi (in rosso); Vl: vasi legnosi (in verde); Fv: fascio vascolare (costituito da cribro + legno).
L’acqua e le sostanze minerali assorbite dalle radici, trasportate nei vasi legnosi (Vl), salgono lungo il tronco e i rami fino ai vasi legnosi di ogni ago dove, attraverso il tessuto di trasfusione (Tt), possono diffondere (freccia bianca) nel parenchima clorofilliano (Pc), consentendo ad esso di svolgere la fotosintesi. Il tessuto di trasfusione consente agli zuccheri prodotti dalla fotosintesi di fare il cammino inverso (freccia gialla) e, attraverso i vasi cribrosi (Vc) di raggiungere tutte le parti della pianta, permettendone l’accrescimento. Foto: Legambiente Carrara.

 
Vediamo così l’epidermide, pluristratificata e costituita da cellule a lume piccolo e parete molto spessa che, oltre a conferire robustezza all’ago, rendendolo pungente, forma uno strato impermeabile che lo protegge dal disseccamento; gli stomi, microscopiche aperture dell’epidermide che consentono all’aria di penetrare nell’ago, portando l’anidride carbonica necessaria alla fotosintesi; il tessuto clorofilliano, una vera fabbrica chimica che occupa gran parte della foglia producendo zuccheri da anidride carbonica, acqua e sali minerali; il fascio vascolare centrale, costituito da vasi legnosi (che portano alla fabbrica le materie prime prelevate dalle radici) e vasi cribrosi (che ridistribuiscono a tutta la pianta i prodotti della fotosintesi); il tessuto di trasfusione che consente il trasporto di fluidi dai vasi legnosi al parenchima clorofilliano e, da questo, ai vasi cribrosi; i canali resiniferi, strumenti di ‘guerra chimica’ usati come diserbanti (alla caduta degli aghi) per eliminare dal terreno le specie concorrenti per il rifornimento di materie prime (ciò spiega perché sotto le pinete non cresce erba).

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Scheda pubblicata il: 5/6/2018
Aggiornamenti: 12/12/2021

albero sorridente
 
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