Il 9 settembre abbiamo rischiato una nuova alluvione, che non si poi è verificata solo perché ha smesso di piovere, non certo perché negli ultimi anni siano stati eseguiti gli interventi previsti dal progetto Seminara per la messa in sicurezza di Carrara.
Un’amministrazione comunale seria, tuttavia, non può contare sulla fortuna e non deve limitarsi ad aspettare che la Regione faccia la sua parte: deve gestire il territorio in modo da ridurne la suscettibilità alle alluvioni, con la consapevolezza che esse non sono eventi naturali dipendenti solo dall’intensità delle piogge, ma sono fortemente determinate anche dalle condizioni del territorio, a partire dal bacino montano.
In un bacino montano forestato, ad esempio, lo scorrimento delle acque è fortemente rallentato dalla vegetazione stessa e una frazione significativa della pioggia non scorre in superficie, ma si infiltra nella lettiera di foglie e nel suolo permeabile, riducendo così i picchi di piena nei corsi d’acqua.
I bacini marmiferi: fabbriche di alluvioni
I nostri bacini marmiferi, invece, sono stati deforestati da lungo tempo e sono così stati perduti non solo la lettiera, ma anche lo strato di suolo permeabile che ricopriva il substrato roccioso: la portata che raggiunge i fiumi è così maggiore (non potendo infiltrarsi nel suolo) e scorre più velocemente, esponendo il centro urbano di Carrara a piene ben più intense e ad alluvioni catastrofiche (anche a causa della brusca riduzione della pendenza dell’alveo).
I ravaneti di cava, assorbendo e rallentando grandi quantità di acque piovane, potrebbero proteggere Carrara dalle alluvioni, ma –contenendo grandi quantità di terre e marmettola che, imbibendosi, tendono a divenire impermeabili e, poi, a fluidificare producendo grandi colate detritiche che intasano gli alvei sottostanti– finiscono per invertire la loro funzione (anziché proteggere dalle alluvioni, le aggravano).
Ridurre le alluvioni? Con i ravaneti spugna!
È dunque evidente che –a parità di precipitazioni– l’attuale gestione dei bacini marmiferi funziona come una vera e propria “fabbrica di alluvioni” mentre, realizzando “ravaneti spugna” (costituiti di sole scaglie, senza terre) si otterrebbe una bella riduzione del rischio. L’amministrazione avrebbe potuto ottenerne la realizzazione da parte delle cave introducendola tra le prescrizioni dell’autorizzazione oppure se, nell’art. 21 del regolamento che prevede la proroga della concessione per le cave esistenti in cambio di un progetto di interesse generale, avesse deciso di indicare lei stessa tale progetto (il ravaneto spugna) anziché lasciare la scelta alle imprese (il che ha portato a numerosi progetti, in buona parte inutili e, ciononostante, tutti pedissequamente approvati).
Anche i PABE sono stati un’occasione persa per la prevenzione del rischio alluvionale. Oltre a non prevedere la realizzazione dei “ravaneti spugna”, vietano il futuro riempimento con detriti delle cave a fossa (perché possono fungere da bacini di immagazzinamento durante le piogge intense), ma non prevedono lo svuotamento di quelle già riempite in passato (dato che i costi ricadrebbero sugli imprenditori), benché la loro volumetria totale sia pressoché uguale a quella degli invasi previsti al monte dal progetto Seminara.
Al mare? Rivedere il PRP e aprire varchi di deflusso nel muro di recinzione
Si rileva che il combinato disposto tra il nuovo Piano Regolatore Portuale (con il consistente prolungamento del piazzale Città di Massa, in destra idrografica del Carrione) e il lotto 1 del Water Front (la costruzione di un lungo pennello in sinistra idrografica, il mantenimento delle due strozzature idrauliche già esistenti, cioè il ponte ferroviario e quello su viale Da Verrazzano, le ulteriori opere infrastrutturali –nuovo raccordo e nuova rotatoria per l’accesso al porto– e il tombamento, di fatto della foce con il terzo ponte a quattro corsie per il nuovo ingresso al porto) potrebbe causare un notevole aggravamento del rischio idraulico già esistente.
Considerato inoltre che già nell’alluvione del 2014 il mare non riusciva a ricevere le acque (anche perché il muro di recinzione portuale ne sbarrava il deflusso), è indispensabile, da subito, aprire varchi di deflusso nel muro di recinzione.
Infine, considerato che con la crisi climatica in atto gli eventi estremi si fanno sempre più frequenti e le piene dei fiumi non seguono più i tempi di ritorno tradizionali, sarebbe estremamente importante intervenire sulle foci con una logica diametralmente opposta a quella presente nel PRP, prevedendo anzi di restituire spazio al fiume, con un consistente allargamento della sezione di tutta l’asta fluviale (foce compresa), con la ricostituzione di un’area golenale e di fasce spondali, nell’ottica di una progettazione ecologico-naturalistica che faccia convivere funzionalità idraulica, sicurezza e riqualificazione paesaggistico-ambientale.
E in città? Depavimentare, superfici permeabili, più verde! Le città spugna
Le nostre città odiano l’acqua: le fognature bianche sono espressamente progettate per intercettare le acque piovane e “liberarsene” il più rapidamente possibile. Le grandi quantità di pioggia che cadono sulle superfici impermeabili (tetti, strade, piazze, marciapiedi ecc.), convogliate in fognature bianche e “sparate” nei corsi d’acqua, contribuiscono così ad accentuare i picchi di piena. Anche le nostre città, fortemente impermeabilizzate sono pertanto fabbriche di alluvioni.
Potremmo dunque ridurre sensibilmente le piene facendo infiltrare nel terreno gran parte delle acque piovane. È questa la strategia fondamentale delle “città spugna”, ideate in Cina, che stanno iniziando a diffondersi in molti paesi. Carrara potrebbe porsi all’avanguardia diventando una città spugna.
Le acque piovute sui tetti potrebbero essere convogliate in letti assorbenti; tutti i parcheggi potrebbero essere resi permeabili; esistono accorgimenti costruttivi e pavimentazioni drenanti per rendere permeabili anche le piazze. Pensiamo ai chilometri di marciapiedi: se realizzati in cemento drenante o in altri materiali permeabili, assorbirebbero grandi quantità di acqua eliminando, o comunque riducendo, gli allagamenti. Quante pavimentazioni potrebbero essere rimosse e sostituite da superfici erbacee e/o arboree? Grandi quantità di acqua potrebbero essere assorbite da rain garden (giardini della pioggia) inseriti in piazze e parchi e da depressioni erbacee che fiancheggiano le strade, drenandole. Altri contributi potrebbero apportare appositi microbacini collocati lungo i pendii e piccoli accorgimenti ai terrazzamenti collinari. Quanti terreni potrebbero essere forestati potenziandone l’assorbimento idrico?
Merita sottolineare che tutti questi accorgimenti ridurrebbero non solo le alluvioni, ma anche le siccità. L’evapotraspirazione operata da coperture erbacee e –ancor meglio– arboree, raffrescherebbe infatti l’aria (riducendo le ondate di calore estive), mentre l’infiltrazione idrica nel terreno alimenterebbe gli acquiferi sotterranei proteggendoci dalle scarsità idriche estive.
Insomma, “Carrara città-spugna” allevierebbe le alluvioni, le siccità, le crisi idriche estive, le ondate di calore e migliorerebbe la vivibilità dell’intero territorio. Sarebbe troppo bello? E allora, perché non farlo?
Carrara, 12 settembre 2025
Legambiente Carrara
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